Sì, le destre oggi sono tante, ancora succubi della sinistra –


Sabato 13 ottobre si sono svolti al Centro Congressi Cavour a Rona gli Stati generali della Cultura di destra organizzato dalla rivista Nazione Futura che ha pubblicato un numero dedicato al tema e da Francesco Giubilei che ha presentato il suo Storia della cultura di destra. Dal dopoguerra al governo gialloverde (Giubilei Regnani editore). Moltissimi giovani presenti, il che è un ottimo segno, oltre che a giornalisti, docenti e intellettuali.

Uno degli argomenti emersi è che di destre culturali ce n’è più di una: il che non è una novità. Venti anni fa il giovane e sfortunato assessore alla cultura della Regione Lombardia, Marzio Tremaglia, ne organizzò uno simile che su mio suggerimento (devo pur dirlo) venne intitolato Destra/Destre. Ma, a mio parere, questa pluralità di indirizzi non dovrebbe esser del tutto discriminante, o addirittura un handicap, soprattutto nella situazione attuale, dove si dovrebbe adottare lo slogan della Sinistra movimentista: marciare separati, colpire uniti… Ma questo è un altro discorso.

Qui vorrei rilevare come si sono sentite molte bellissime parole, molti discorsi teorici sui fondamentali, molte denunce contro il Pensiero Unico Progressista che tende a eliminare le differenze… In genere condivisibili, anche se appunto l’essere presenti esponenti di «destre» diverse ha prodotto differenti prospettive.

Alla fine sono state presentate tre proposte pratiche: Una No tax area per i primi due anni per i giovani under 35 che aprono un’azienda o un’associazione di promozione sociale nel settore culturale; deduzione fiscale totale per gli acquisti in beni culturali; inserimento nei programmi scolastici delle scuole elementari e medie di un’ora settimanale di Identità e cultura italiana». Interessante, ma proprio non basta. Infatti, quel che a mio parere è mancato è stato un esame pratico, disincantato e crudo della situazione socio-culturale in cui ci troviamo in Italia, e come cercare di scardinarlo. È verissimo, come al convegno è stato detto: l’egemonia culturale della Sinistra non esiste più. Superata dagli eventi che non ha saputo prevedere e gestire, superata dall’emergere delle più recenti generazioni, dall’avvento delle nuove tecnologie. Però – occorre rendersene conto e prenderne atto – esiste ancora una gestione del potere culturale in mano alla Sinistra, o meglio ai suoi epigoni. Vale a dire tutti coloro che sono nei gangli decisionali dei meccanismi culturali giunti lì nel corso dei decenni in cui la Sinistra ha dominato e sono ancora lì incistati, a fare da ostacolo al cambiamento. Basti pensare ai vari ambiti che ci riguardano. Nelle scuole gli insegnanti sono ancora soprattutto degli ex sessantottini e i loro discepoli che formano, anzi non formano, i ragazzi.

Nelle università la situazione è anche peggio: negli ultimi concorsi per docenza praticamente tutti coloro che venivano identificati come «di destra» per i loro interessi o attività pubbliche sono stati per la stragrande maggioranza bocciati con le scuse più risibili (il fatto è finito sui giornali). Per le grandi istituzioni cultuali, le Fondazioni, le accademie specie se di nomina pubblica e «politica» vale lo stesso discorso. La cosiddetta «grande stampa» non è cambiata, anzi si adegua sempre più al Pensiero Unico, sia come ideologia sia come linguaggio: difficilissimo parlare di certi argomenti, certi autori, certi libri.

Lo stesso vale per la televisione sia pubblica che privata dove chi non si adegua è emarginato. In Rai il sindacato bulgaro e quindi unico dei giornalisti organizza corsi per indottrinare i colleghi e indurli a parlare (e informare) in un certo qual modo «politicamente corretto». Nelle case editrice, salvo eccezioni, sono al comando, e effettuano di conseguenza le loro scelte di pubblicare saggistica e narrativa, quasi solo in una certa direzione. Ovvio che ci si lamenti che determinate opere sia italiane che straniere vengano sistematicamente ignorate. Il che si ripercuote sui più importanti premi letterari vinti in genere dai «soliti noti». Manca insomma il pluralismo, tanto più che ancora accadono episodi indecenti: conferenze contestate, convegni aboliti, manifestazioni boicottate perché «di destra».

Di fronte a questi ostacoli, è ovvio che le giovani generazioni anticonformiste i giovani intellettuali, scrittori e giornalisti non trovino spazio, stentino a emergere, non riescano a scrivere e a pubblicare, dando così l’impressione che una cultura non di sinistra sia inesistente, rifugiandosi presso pochi giornali, poche case editrici spesso piccole, scarse ma con scarsa visibilità.

Insomma, c’è un’ovvia resistenza del vecchio rispetto al nuovo, come sempre accade, con in più la prevaricazione ideologica che è il discrimine fondamentale. Certo in un Paese democratico non si possono ipotizzare né tantomeno realizzare «epurazioni» (di fronte alle quali, peraltro, nel corso dei decenni la Sinistra non è arretrata mai), ma almeno da un lato utilizzare il metodo ormai invalso dello spoil systen intelligente e meritocratico quando possibile, e dall’altro elaborare una strategia e una tattica perché sono i fatti che contano. Non dovrebbe più valere, come ahimè ancora vale, quella famosa frase scritta tanti anni fa su Il Giornale da Stenio Solinas parlando della propria esperienza. «Bravo, peccato che sia di destra»… Se le cose continuano a stare così non si muoverà un passo nella direzione di un vero pluralismo culturale. La situazione politica magari cambierà, ma quella culturale resterà sempre la stessa.

La Destra politica dovrebbe fare mea culpa e chiedersi perché dal 1994 a oggi non sia riuscita a smuovere o cambiare qualcosa in ambito culturale. Comprendendo gli errori del passato potrebbe non compierne in un futuro che ci pressa da vicino. Eppure dal 1994 sono trascorsi 25 anni, il tempo di una generazione, una generazione persa.



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