“Se assolta pericolose conseguenze” –


Era il giugno del 2009. In un villaggio a due ore di macchina da Lahore, in Pakistan, un gruppo di donne sta raccogliendo la frutta. La quiete di una normale giornata di lavoro viene turbata da un litigio. Una di loro, cristiana, viene accusata di aver contaminato l’acqua delle donne musulmane, immergendo la sua tazza nella brocca comune. Inizia così, quasi dieci anni fa, il calvario di Asia Bibi, condannata a morte dopo essere stata accusata di blasfemia dalle sue colleghe. Da dieci anni tutto il mondo tiene il fiato sospeso per le sorti di questa donna, diventata il simbolo della persecuzione contro le minoranze religiose.

Lo scorso febbraio era stata la figlia più piccola della donna Eisham Ashiq, a raccontare, tra le lacrime, a Papa Francesco gli attimi terribili della cattura di sua madre. Aveva undici anni quando una folla di persone fece irruzione in casa sua per prelevarla. La picchiarono e la torturarono davanti ai suoi occhi di bambina, ormai cresciuta convivendo con intimidazioni e minacce di morte. Oggi Eisham ha aspettato assieme alla sua famiglia il verdetto della Corte suprema pakistana che, dopo otto anni dalla sua condanna a morte per blasfemia, emessa nel 2010, ha deciso di esaminare l’appello della difesa della donna. A scommettere sulla liberazione ieri, alla vigilia dell’udienza, era il suo avvocato, Saiful Mulook, che oggi ha speso quasi tre ore per convincere il presidente della corte Saqib Nisar delle incongruenze tra le testimonianze di chi c’era quel giorno e la versione dell’accusa. Versione che aveva portato nel 2014 l’Alta Corte di Lahore ad emettere la sua sentenza di morte, la cui esecuzione era poi stata sospesa nel luglio del 2015.

“Abbiamo sottolineato come le prove a carico della donna fossero insufficienti. Il caso è montato su una accusa di blasfemia denunciata da un imam locale che non ha assistito al diverbio tra Asia e le sue colleghe musulmane durante il quale la donna cristiana avrebbe commesso blasfemia. Inoltre, abbiamo fatto notare ai giudici come il capo della polizia di Ittanwali, vicino a dove è accaduto il fatto, non ha profuso sufficienti sforzi per verificare le accuse”, ha dichiarato alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre l’avvocato della donna al termine dell’udienza.

I giudici però hanno preso tempo. La sentenza non arriverà nella giornata di oggi, come era previsto, ma nei prossimi giorni. Fonti locali parlano delle prossime 24 o 48 ore, ma la Corte non ha ancora indicato una data. A complicare le cose, infatti, c’è il clima sempre più pesante che si respira nel Paese e le conseguenze pesantissime che il pronunciamento dei giudici avrebbe sul dibattito in corso sulla controversa legge sulla blasfemia, difesa dai partiti islamici più radicali. E proprio gli islamisti hanno minacciato “pericolose conseguenze” se la donna cristiana venisse assolta. “Se non sarà fatta giustizia e la condanna di Asia sarà trattata con indulgenza o con leggerezza o cercherà di fuggire in un altro Paese, ci saranno conseguenze pericolose”, ha annunciato il partito radicale pakistano Tehreek-e-Labbaik (Tlp), che spinge il governo di Islamabad a “non cedere alla pressione delle Ong nemiche del Paese e dell’Unione europea”. Minacce pesanti, visto che negli ultimi anni chi ha avuto il coraggio di prendere posizione contro la legge sulla blasfemia, come l’ex governatore della provincia del Punjab, Salman Tasir, o il ministro pakistano per le minoranze, Shahbaz Bhatti, ha pagato con la vita.

Nonostante tutto, però, a prevalere in queste ore è l’ottimismo. “Il fatto che non si siano espressi immediatamente fa ben sperare”, ha dichiarato alla stessa fondazione Thair Khalil Sindhu, ex ministro per i diritti umani e per gli affari delle minoranze della provincia del Punjab e membro del collegio difensivo di Asia. A credere che la posticipazione del verdetto possa preludere ad una scarcerazione della donna è anche Khalil Sindhu, parlamentare del Punjab, che era presente stamattina al processo. “Vogliamo sperare che intendano trasferirla dalla prigione di Multan in un luogo sicuro – ha detto ad Aiuto alla Chiesa che Soffre – i fondamentalisti sono già pronti ad ucciderla”.



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