Quei conigli che non saltano mai La Ciwf: «Basta gabbie in Europa»


Milano, 20 ottobre 2014 – 16:24

Al via la campagna internazionale per forme di allevamento più rispettose del benessere animale. Le immagini choc raccolte in alcune aziende italiane



La costrizione in gabbie di dimensioni estremamente ridotte è una costante degli allevamenti intensivi. Ed è una delle principali cause di sofferenze per gli animali che vi sono rinchiusi. Se ne è parlato spesso a proposito degli allevamenti di polli e di galline ovaiole. Ma la stessa sorte tocca a oche, scrofe e animali destinati alla produzione di pellami, come i visoni. E ai conigli, della cui carne l’Italia è il principale Paese produttore mondiale, dopo la Cina, con circa 175 milioni di esemplari allevati ogni anno (fonte Faostat), quasi esclusivamente in batteria. Vite che non sono vite, trascorse interamente all’interno di parallelepipedi di reticolo non più grandi di una scatola di scarpe. Per Ciwf International (Compassion in world farming) è arrivato il momento di dire basta.

La campagna internazionale

Si chiama «End the Cage Age», ovvero stop all’era delle gabbie, la campagna che l’associazione ha lanciato su scala internazionale con l’obiettivo di vietare in Europa l’utilizzo delle gabbie in zootecnia. «Un uso anacronistico e obsoleto – sottolineano – che infligge sofferenze inutili e che è ora di superare con modelli di allevamento che rispettino il benessere degli animali». La branchia italiana dell’associazione ha deciso di accendere i riflettori proprio sugli allevamenti di conigli: un’inchiesta condotta all’interno di diversi allevamenti italiani ha permesso di raccogliere immagini scioccanti ed eloquenti su quanto avviene in molte strutture dove, come spesso accade nelle produzioni intensive, gli animali non sono esseri senzienti ma esclusivamente materia prima.

L’inchiesta del Ciwf italia

«Abbiamo potuto osservare solo estreme sofferenze nei conigli in gabbia – spiegano gli operatori di Ciwf Italia che hanno condotto l’inchiesta -. I conigli erano così ammassati da non poter esprimere alcuno dei propri comportamenti naturali. Ad animali che in natura amano saltare, non era consentito nemmeno muoversi». E spesso non è solo questione di spazio, ma anche di condizioni igieniche generali: «Abbiamo visto luoghi sudici, con accumuli di escrementi misti a pelo, sotto le gabbie. Un tanfo insopportabile rendeva a volte l’aria irrespirabile. I conigli erano spesso malati, con aree diffuse di alopecia, infiammazioni agli occhi, sintomi di gravi infezioni alle orecchie e, a volte, piaghe purulente». Le immagini filmate documentano anche la presenza di flaconi vuoti di antibiotici, di cui l’industria zootecnica fa spesso un massiccio utilizzo. «In alcuni casi – aggiungono i membri dell’associazione – la negligenza arrivava al punto che alcuni conigli morti sono stati visti abbandonati a decomporsi sui pavimenti sotto le gabbie, in mezzo agli escrementi, o sopra le stesse, diventando un macabro oggetto di interesse per i propri simili».

Le alternative possibili

Altre forme di allevamento sono però possibili: in Belgio e Germania, fanno notare gli esperti del Ciwf, sono stati sviluppati metodi di allevamento alternativi alla gabbia, in cui i conigli possono esprimere buona parte dei loro comportamenti naturali. Si parla ad esempio di aree coperte in cui i conigli hanno anche piattaforme su cui saltare, tubi in cui nascondersi e un pavimento di plastica che, diversamente dalla griglia delle gabbie, non ferisce le loro zampe. Questo consente di evitare l’utilizzo preventivo degli antibiotici e di somministrare farmaci solo agli animali effettivamente ammalati, che in queste condizioni sono una quota nettamente inferiore. Per non parlare degli allevamenti a terra e all’aperto lanciati da una catena di supermercati tedeschi.

La petizione

«Come Ciwf invitiamo i cittadini italiani a firmare e diffondere la petizione al ministro della Salute e al Parlamento europeo per chiedere l’introduzione del divieto totale di allevare conigli in gabbia». Non solo: «Rivolgiamo un appello a non acquistare più carne di coniglio da allevamento intensivo in gabbia, anche se siamo consapevoli che in questo momento in Italia significa praticamente non consumare più carne di coniglio. Ma è fondamentale per porre fine a questo crudele sistema di allevamento. L’esperienza di altri Paesi insegna che il rifiuto dei consumatori può servire da invito per l’industria per implementare sistemi di allevamento alternativi alle gabbie anche nel nostro Paese».

20 ottobre 2014 | 16:24

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