Orlandi, ossa in locali del Vaticano «I resti forse sono di due persone» –


Potrebbero appartenere a due persone differenti le ossa ritrovate in un edificio adiacente al Palazzo della Nunziatura vaticana. Secondo quanto si apprende da fonti qualificate, infatti, durante i lavori di rifacimento del pavimento gli operai avrebbero ritrovato uno scheletro quasi intero e, in un altro punto, altri frammenti di ossa.

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IL SOPRALLUOGO

Si è svolto ieri sera, intorno alle 21.30, un nuovo sopralluogo della polizia Scientifica all’interno della Nunziatura, dove sono state ritrovate alcune ossa che saranno analizzate per verificare se possano appartenere a Emanuela Orlandi o a Mirella Gregori. La scientifica assieme agli uomini della Squadra Mobile erano intervenuti al momento della segnalazione del ritrovamento, ovvero due giorni fa.

Anche stamattina la Nunziatura è presidiata, come tutti i giorni, da due militari e all’interno proseguono i lavori di ristrutturazione, gli stessi che hanno portato al ritrovamento della ossa. «Qui si sentono sempre i rumori dei lavori degli operai e del servizio di giardinaggio», spiega un residente. La struttura è blindata e alcuni religiosi sorvegliano a distanza i rari momenti in cui vengono aperte le entrate.

IL MEDICO LEGALE

Se si riuscirà ad estrarre il Dna dai resti basteranno 7-10 giorni per capire se sono effettivamente quelli di Emanuela Orlandi. Lo afferma Giovanni Arcudi, direttore della Medicina Legale dell’università Tor Vergata di Roma, secondo cui altrimenti gli esami potrebbero richiedere tempi più lunghi.


 

«L’estrazione del Dna e le analisi conseguenti, come il confronto con quello della persona a cui si sospetta appartengano i resti o i familiari, non richiedono molto tempo, si possono fare in 7-10 giorni – spiega l’esperto -. Non sempre però si riesce a ricavare del materiale genetico utilizzabile, dipende sempre da come sono conservati i resti, e anche da che tipo di ossa abbiamo».  

 

ETÀ DEI RESTI

«Dall’analisi chimica delle ossa si può capire da quanto tempo è morta la persona, valutandone il degrado – spiega Arcudi -. A seconda del luogo di conservazione, asciutto o umido, la degradazione delle ossa cambia, ci sono delle tabelle specifiche a seconda del terreno dove sono conservati i resti. Il risultato in un periodo approssimativo, con una forbice di 10-20 anni. Non si può usare invece la datazione al Carbonio, che serve per resti più antichi, di almeno 100-200 anni».

GLI ESAMI SULLE OSSA

Da queste spiega l’esperto, si possono ottenere molte informazioni sia sulla persona ma anche sulla datazione della morte. «Sulle ossa si fa la diagnosi dell’età, analizzando l’usura dei denti o la conformazione del cranio, se sono disponibili e ben conservati, o dalle cartilagini degli arti. Per determinare il sesso usiamo alcune misure del bacino o del cranio, mentre per l’altezza del soggetto in vita servono le cosiddette ossa lunghe, come il femore. La quantità di informazioni ottenibili dipende da quali reperti abbiamo e da come sono conservati, ovviamente con un intero scheletro si può sapere molto di più. Anche eventuali lesioni delle ossa o dei denti possono essere molto d’aiuto, confrontate magari con la storia clinica della persona a cui si sospetta appartengano i resti». Lo stato di conservazione delle ossa permette anche di risalire al periodo in cui è morta la persona.

IL DNA

 «L’estrazione del Dna e le analisi conseguenti, come il confronto con quello della persona a cui si sospetta appartengano i resti o i familiari, non richiedono molto tempo, si possono fare in 7-10 giorni – spiega l’esperto -. Non sempre però si riesce a ricavare del materiale genetico utilizzabile, dipende sempre da come sono conservati i resti, e anche da che tipo di ossa abbiamo. I denti e le vertebre ad esempio sono migliori per l’estrazione, anche se in teoria anche le altre ossa potrebbero essere utilizzate. Una volta ottenuto un Dna analizzabile si può sapere il sesso con sicurezza, e se si ha un ‘sospettò su chi possa essere la persona si può fare il confronto diretto, mentre se non si ha un’idea si può provare con le banche dati del Dna, che però al momento sono abbastanza limitate in Italia».

I DENTI

L’esame dei resti ritrovati potrebbe essere confrontato con referti dentistici: radiografie o calchi come quelli per gli apparecchi odontoiatrici, se conservati, potrebbero essere utili. Ma i denti sono anche una ottima fonte per il recupero del Dna.


Mercoledì 31 Ottobre 2018, 11:40 – Ultimo aggiornamento: 31-10-2018 12:09
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