Morta Sara Anzanello: l’epatite, il trapianto, la malattia: “Ero Hulk in gonnella”


Sara Anzanello sapeva benissimo che il pietismo, per la sua vicenda di campionessa colpita nel 2013 da un’epatite virale fulminante quando giocava in Azerbaigian e costretta ad affrontare un travaglio medico e umano terribile, era in agguato. Ma non lo accettava e, soprattutto, ne rifuggiva. Disse in un’intervista del 2016 alla Gazzetta dello Sport: Mi sono sempre considerata un’atleta. E oggi come allora se leggo parole tipo “poverina” mi sale il sangue alla testa. Non fa per me. Poi so benissimo che certe cose non le posso pi fare: ma non mi sento davvero gli anni che ho.

Era il 2016, l’allora trentaseienne pallavolista aveva scritto una pagina importante della sua nuova vita: aveva ripreso a giocare in B1 a Trecate, cambiando addirittura ruolo (da centrale a opposto), ma aveva anche avviato una carriera universitaria, iscrivendosi a Scienze Motorie. Aveva insomma dei progetti chiari e a lungo termine, per quanto faticosi – studiava tra un allenamento e l’altro -, ma questo era un modo per sfidare la sfortuna e provare a murarla. Per sempre. Purtroppo, invece, non ce l’ha fatta: sottoposta all’epoca, nel giro di un mese, a un trapianto di fegato che avrebbe dovuto essere risolutivo, il fisico della ragazza di Ponte di Piave stato di nuovo aggredito nelle scorse settimane.

Il tracollo stato inesorabile e repentino, Sara ha giusto fatto in tempo a vedere la splendida galoppata delle sue epigoni della Nazionale femminile fino all’argento iridato. Di sicuro, tifando davanti alla televisione, avr augurato anche a questa squadra di centrare l’oro che conquist la sua, quella con Marco Bonitta c.t., nel 2002. Sara Anzanello, infatti, stata una delle leonesse di Berlino, il gruppo capace di stupire il mondo e di fare suo un titolo che regal il primo vero bagno di popolarit all’azzurro delle schiacciate declinato al femminile. Lei non era una stella, la posizione di centrale d meno visibilit rispetto ad altre perch l in mezzo alla rete le occasioni per attaccare sono meno frequenti rispetto a quelle che si presentano a chi gioca nel ruolo di martello o in quello di opposto. Non solo: devi provare a murare, magari ricevendo delle solenni pallonate sulla faccia. Ma io ero una specie di Hulk in gonnella: ero forte fisicamente, scherzava sottolineando come la malattia l’avesse per messa a dura prova perch dopo aver perso 25 chili stentava quasi a camminare.

Eppure la volont le aveva consentito, pian piano, di riprendersi e di tornare addirittura a praticare lo sport che amava, seppure nell’ottica del puro divertimento e dell’essere una sorta di chioccia del gruppo. Sara sentiva di doverlo anche all’uomo di 50 anni, deceduto per un aneurisma cerebrale, che le aveva donato il fegato (aveva ricostruito la sua identit grazie a un articolo di giornale, superando la regola dell’anonimato). Solo chi riceve un organo sa quale sia la simbiosi che emotivamente si crea con chi offre un pezzo di s. Sara Anzanello avrebbe cos fatto il diavolo a quattro pur di non perdere questa battaglia: per se stessa e per il donatore. Ma il coraggio con cui l’ha affrontata rimarr un esempio incancellabile.

25 ottobre 2018 (modifica il 25 ottobre 2018 | 21:18)

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