Mediterraneo, zuppa di plastica – Focus.it


Sull’inquinamento da plastica dei mari di tutto il mondo e in particolare del Mediterraneo, e sui primi passi verso una cultura del riciclo e riuso, ospitiamo un intervento di Corrado Clini, ministro dell’Ambiente del governo Monti (11/2011 – 4/2013), docente di Scienze ambientali presso la Tsinghua University di Pechino.

 


 

Circa 9 milioni di tonnellate di rifiuti plastici vengono sversati ogni anno dai fiumi nei mari e negli oceani di tutto il mondo. L’86% degli sversamenti ha origine dai fiumi asiatici di Cina, India, Sud-Est Asiatico e Indonesia. Il resto dai fiumi di Africa (7,8%), Sud America (4,8%), Centro e Nord America (1%) ed Europa (0,4%).

 

Le immagini raccolte negli ultimi 35 anni dalla Nasa mettono in evidenza che si sono formate negli oceani almeno cinque enormi isole di plastica, la più grande delle quali è la Great Pacific Garbage Patch (grande chiazza di immondizia del Pacifico), nota anche come Pacific Trash Vortex.

Negli oceani la combinazione di radiazione solare e acqua salata accelera la frammentazione delle plastiche: le microplastiche, “confuse” con il fitoplancton, entrano nella catena alimentare dei pesci e sono fisicamente competitive con la fonte alimentare principale della fauna ittica. Le previsioni sono drammatiche: se non si interromperà lo sversamento dei rifiuti di plastica, secondo molti studi di prestigiose istituzioni scientifiche entro il 2050 negli oceani ci saranno più plastiche che pesci, e almeno il 95% della fauna ittica avrà ingerito microplastiche.

 

La nostra zuppa di plastica. Nonostante il Mediterraneo rappresenti solo l’1% delle acque mondiali e gli sversamenti dall’Europa siano meno dello 0,5% del totale, le analisi in corso da almeno 10 anni mettono in evidenza che nelle acque dei nostri mari si concentra il 7% della microplastica globale. Questo perché il Mediterraneo è un mare chiuso, e di conseguenza le plastiche sversate si accumulano nel tempo fino a raggiungere in alcune zone concentrazioni paragonabili a quelle rilevate nella Great Pacific Garbage Patch. In particolare, la concentrazione delle microplastiche è molto elevata tra il Mar Ligure e l’isola d’Elba, nell’area protetta del Santuario dei Cetacei. Questa è la premessa per trasformare il Mare Nostrum in una “zuppa di plastica”.


Ocean Film Festival Italia, tartarughe, inquinamento da plastica

Una tartaruga avvolta in una rete da pesca abbandonata in mare. L’immagine è tratta dal film documentario Turtley Addict, dedicato al recupero e alla riabilitazione delle tartarughe, proiettato nell’ambito dell’Ocean Film Festival Italia (vedi il programma). | Turtley Addict / Ocean Film Festival Italia

La prevenzione dell’inquinamento da plastiche dei mari e degli oceani è possibile solo con la realizzazione di efficienti sistemi di gestione dei rifiuti plastici per il riciclaggio e il riuso.

 

C’è un solo futuro per la plastica: il passaggio da un’economia lineare (“produco, uso e getto”) a un’economia circolare (“produco, uso e riuso, riciclo, riuso, riduco”). I dati, tuttavia, dimostrano che i Paesi (da quelli europei alla Cina e agli Usa) sono ben distanti dalla “chiusura” del ciclo dell’economia circolare: gran parte del materiale attualmente riciclato non arriva alla fase del riuso. In particolare, per Europa e Stati Uniti va rilevato che fino al 2017 almeno metà del materiale riciclato era esportato in Cina (8 milioni di tonnellate), e dunque era escluso dal processo di riuso. Dal 1° gennaio 2018 il divieto di importazione adottato dalla Cina rende più critico e urgente il riuso in Europa e Usa. Il processo industriale del riciclo e riuso delle plastiche richiede, quindi, innovazione nelle tecnologie di riciclo per migliorare la qualità dei materiali e misure incentivanti nel mercato per sostenere i prodotti riciclati nei confronti di quelli derivanti dall’impiego di plastica vergine.

 


garbage patch: la plastica che finisce in mare

Non è un disegno: è un giovane albatros, morto per avere mangiato la nostra spazzatura in mare. | Chris Jordan/US Fish And Wildlife Service

 

Sono inoltre necessarie norme efficaci a livello globale e azioni volontarie delle imprese per dare impulso alla diffusione delle bioplastiche, in particolare quelle biodegradabili, che possono ormai sostituire oltre la metà delle plastiche convenzionali senza effetti negativi sulla qualità dei prodotti.

Primi passi. In questa direzione appaiono significative le iniziative di imprese come Coca Cola, PepsiCo, Amcor e Unilever, che si sono impegnate a riciclare e riusare, entro il 2025-2030, il 100% delle bottiglie e degli imballaggi di plastica, o di utilizzare plastiche biodegradabili. Tetrapak si è impegnata a riciclare almeno 90 miliardi di contenitori e imballaggi per prodotti alimentari e a introdurre plastiche biodegradabili. Ford, Mercedes, Volkswagen e Toyota stanno introducendo bioplastiche nella componentistica delle auto.

 

Gli impegni “volontari” delle imprese rispondono a un’accresciuta sensibilità dei consumatori e costituiscono un passaggio fondamentale sia per la diffusione della “cultura del riciclo e riuso”, sia per promuovere e sostenere politiche pubbliche e misure incentivanti a favore dei prodotti riciclati e di quelli biodegradabili.


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