La nuova scommessa folle della Silicon Valley? La telepatia –


SAN FRANCISCO – Nella Silicon Valley la sfida con l’impossibile risuona un po’ come una chiamata alle armi. Prima è stato il caso dei droni, poi l’orologio intelligente, poi gli occhiali che ti arricchiscono la realtà, le macchine volanti e per ultima l’immortalità. Adesso è il turno della telapatia. A dire la verità della telepatia da queste parti se ne parlava da molto tempo ma niente era riuscito ad entusiasmare il popolo della Grande Bay Area di San Francisco quanto la notizia che Mary Lou Jepsen sarebbe riuscita nel giro di pochi anni a mettere in commercio i primi esemplari di un cappello “telepatico”. O meglio, non è il cappello ad essere telepatico, ma telepatico lo diventa (e prove fatte in fase di ricerca e sviluppo lo confermano) colui che lo indossa.  

 

Adesso, non fosse per il fatto che la Mary Lou Jepsen è una di quei geni assoluti della Silicon Valley, nessuno avrebbe fatto nemmeno caso al suo annuncio. Ma la Jepsen, sebbene ignota al pubblico dei non addetti ai lavori e tanto riservata al punto di sfuggire anche ai migliori cacciatori di gossip, è riuscita a provare più di una volta, anche a tipi come Steve Jobs, Bill Gates, Mark Zuckerberg e Michael Dell, che per lei la parola impossibile non esiste. 

 

La prima volta che dubitarono della sue capacità e dovvettero ricredersi. Fu verso la metà degli anni Ottanta quando presentò una sua idea rivoluzionaria per creare video ologrammi a una conferenza organizzata dalla Brown University. La giornata della presentazione finì nel caos con gli astanti che la accusarono di essere soltanto una sognatrice ingenua. A pochi anni di distanza, nel 1989, la Jepsen e il suo team, in anticipo sulla tabella di marcia che avevano essi stessi stabilito, introdussero il primo sistema commerciabile di video olografia.  

 

La seconda fu quando propose di creare la OneLaptop per Child Computer, una startup impegnata a costruire un laptop di bassissimo consumo energetico e dal costo di appena 100 dollari. L’utente finale? I bambini dei paesi in via di sviluppo e quelli delle periferie povere del primo mondo che non hanno accesso all’elettricità e che un laptop tradizionale – a causa del suo costo – se lo sognano per davvero. Gates, Jobs, Dell e il solito coro di quelli “che che cosi  non si può”, le dissero che era impossibile. Sia costruire un laptop che costasse così poco e sia che avrebbe avuto successo in paesi come l’India e gran parte dell’Africa, dove l’elettricità è più rara degli unicorni (le startup che superano la valutazione di 1 miliardo di dollari). L’allora segretario generale dell’Onu Kofi Annan se ne innamorò, lo presentò al World Forum di Davos e in poco più di un paio di mesi, la startup aveva superato il valore del miliardo di dollari. Oggi One Laptop per Child è il laptop più diffuso tra i bambini del mondo emergente.  

 

Anche il settimanale Time se ne accorse e nominò Mary Lou Jepsen tra le 100 persone più influenti al mondo. Come se non bastasse poi la Jepsen ha insegnato all’MIT, il Massachusetts Institute of Technology, detiene oltre 100 brevetti di importanza vitale per l’olografia, la raltà virtuale, gli schermi OLED, e la risonanza magnetica. E non ultimo, ha anche lavorato gomito a gomito con innovatori del calibro di Sergey Brin di Google e Mark Zuckerberg. A Facebook è stata addirittura capo del progetto Oculus mentre a Google X era stata tra gli animatori del progetto Moonshot, quello nel quale i googlers dibattono come realizzare idee impossibili.  È comprensibile quindi che il suo ultimo annuncio sia stato preso sul serio dagli operatori della Valley.

L’idea della Openwater, l’azienda che la Jensen ha fondato per operare nel campo della medicina e della salute umani, è presto detta: ridurre le dimensioni di una macchina per la risonanza magnetica al  punto di poterla  inserire in un passamontagna. La scelta di impegnarsi nel campo medico e il passamontagna hi-tech hanno una radice autobiografica per la Jepsen. Infatti a poca distanza dalla sfortunata presentazione della Brown University, un misterioso malore che affliggeva la ricercatrice si da bambina si acuisce improvvisamente. La Jepsen poco più che ventenne finisce su una sedia a rotelle e teme per la sua vita. Ed è proprio utilizzando una delle prime macchine a risonanza magnetica – inventata da un docente con il quale la Jepsen aveva studiato – che i medici scoprono la ragione del suo malessere: la giovane ricercatrice ha un cancro al cervello. Operata d’urgenza riesce a sopravvivere, ma in seguito all’intervento chirurgico finisce coll’indossare un passamontagna – l’unica cosa riesce sopportare – prima, durante e dopo la degenza ospedaliera.  

 

“Così mi è venuta l’idea di creare un MRI (Magnetic Resonance Imaging) in cappello da sci”, ha detto la Jepson alla CNBC. “La spiegazione è semplice”, ha continuato la Jepsen: “Se mettessi una persona in questo momento in una macchina MRI potrei già da adesso prevedere quali parole dirà e quali immagini gli vengono per la testa. Potrei pure dire a quale brano musicale sta pensando”. Ma lo scopo del dispositivo della Jepsen non è solo quello di leggere l’input, cioè quello che ci mette il soggetto, ma anche l’output, ovvero leggere i pensieri di coloro che lo circondano. “Insomma l’obiettivo è comunicare con il pensiero, con la telepatia”, ha affermato Jepsen. Per quel che se ne deduce, la trovata geniale della Jepsen è stata quella di scannerizzare il cervello con fasci rapidissimi di infrarossi che, come quando si illumina una parte del corpo con una torcia, ne rivela le venature sottostanti riuscendo a cogliere il lavorio dei neuroni e i flussi elettrici che li attraversano. “I benefici della telepatia potrebbero spingere l’umanità in avanti a un ritmo rapidissimo, rivoluzionando il modo in cui pensiamo, interagiamo, comunichiamo e operiamo”, assicura la Jepsen. 

Cosa fanno gli altri

Neuralink 

Anche Elon Musk, fondatore della Space X, si è attivato per trasformare la telepatia in realtà. La sua compagnia, Neuralink, vuole spingere le sorti della telepatia in una direzione leggermente diversa da quella indicata da Jepsen. Invece che alle interazioni umane, Musk mira a facilitare le interazioni tra il cervello e i computer. “Elon Musk aveva discusso di utilizzare nanoparticelle di silicio che pulsano nelle nostre vene per farci diventare dei computer semi-cyborg. Ci ho pensato sopra per alcuni anni e alla fine sono riuscita a trovare una soluzione e così ho lasciato Facebook per sviluppare il mio progetto”, ha detto Jepsen. L’argomento delle potenzialità umane per la telepatia viene dibattuto da anni ma di soluzioni possibili, che la facciano uscire dall’ambito teorico, manca ancora la certezza. Musk, amministratore delegato di Tesla e SpaceX, non è estraneo ad annunci che fanno scalpore. Il lancio di Neuralink, un’azienda incaricata di progettare quella che viene  definita  l’interfaccia cervello-computer appartiene a quest’ultima classe. Nelle intenzioni di Musk inizialmente, le protesi BCI – brain computer interface – sarebbero state utilizzate per la ricerca medica, ma con l’obiettivo finale di impedire che gli esseri umani diventino obsoleti consentendo alle persone di fondersi con l’intelligenza artificiale. 
Secondo Musk, il principale ostacolo alla cooperazione uomo-macchina sta nell’ampiezza di banda della comunicazione. Poiché l’uso di un touch screen o di una tastiera rallenta la comunicazione persona computer, la nuova impresa di Musk mira a creare un collegamento “di larga banda” tra il cervello e le macchine. Che aspetto avrà questo sistema al momento non è del tutto chiaro. Parole come “polvere neurale”, e “pixel neurale” si sprecano ma alla fine ciò che è stato rivelato è solo un modello di business. Nondimeno Neuralink è stata registrata come società per la ricerca medica e Musk ha dichiarato che entro quattro anni l’azienda produrrà protesi cerebrali per aiutare i cerebrolesi. Questo secondo Musk servirà a spianare la strada allo sviluppo di BCI (Brain Computer Interface, che sta per “interfaccia cervello computer”) per le persone sane, per consentirgli  di comunicare via contatto “telepatico consensuale”, possibilmente entro cinque anni. Molti ricercatori, in particolare quelli che operano nel campo neurologico, sono scettici sulle ambizioni di Musk. L’imprenditore-visionario non è l’unico che sta cercando di avvicinare gli umani alle macchine. A Silicon Valley ci sono almeno cinque organizzazioni che stanno lavorando alacremente per hackerare il cervello, 

 

Facebook 

Subito dopo Neuralink, anche Facebook ha reso noto di star lavorando su un modo per permettere alle persone di “digitare” solo con il pensiero. Secondo Regina Dugan, direttrice del gruppo di ricerca Building 8 di Facebook (una sorta di Google X, il lab segreto di Mountin View), l’obiettivo è quello di costruire un dispositivo che permetta alle persone di comporre fino a 100 parole il minuto utilizzando solamente il pensiero. Dugan ha anche suggerito che il dispositivo potrebbe funzionare come un “mouse del cervello” in situazioni realtà aumentata (AR), eliminando la necessità di cursori e di muovere le mani. Anche Facebook non ha fornito molti particolari, limitandosi ad affermare di non ritiene che lo sviluppo di protesi cerebrali uomo-macchina sia possibile nell’immediato futuro, ragione per cui si sta concentrando sullo sviluppo di un cappello che sia in grado di monitorare l’attività cerebrale in modo non invasivo, probabilmente utilizzando la rendizione ottica. E un prototipo indossabile, ha dichiarato il social, potrebbe arrivare entro due anni. 

 

Il fermacapelli anti depressione 

Anche Bryan Johnson, fondatore della società di pagamenti online Braintree, è affascinato dalla telepatia. Ad agosto del 2017 ha investito circa 100 milioni di dollari in una startup chiamata Kernel. L’obiettivo iniziale è stato quello di sviluppare un chip che potesse registrare i ricordi e riconsegnarli al cervello, basandosi sulle ricerche di Theodore Berger, un ingegnere biomedico e neuroscienziato della University of Southern California. Sei mesi dopo, Berger e Braintree si sono separati e la società si sta ora concentrando su una soluzione tecnologica simile a quella perseguita da Neuralink. Nel caso della Kernel più che un chip, i ricercatori contano di costruire una piattaforma flessibile – una specie di fascia per capelli – per registrare e stimolare l’attività dei neuroni, con l’obiettivo di curare malattie come la depressione e l’Alzheimer. Ma anche Johnson, come Musk, sebbene sia parco di particolari, non esita a descrivere un futuro in cui la sua tecnologia sarà usata per incrementare le capacità cerebrali umane per fondersi con le macchine. “Riusciremo a sfruttare le enormi promesse che ci riserva un futuro coevolutivo uomo-macchina”, ha dichiarato Johnson alla CNBC. 

 

Emotiv 

A differenza di altre aziende che operano in questo settore, la Emotiv ha gia introdotto prodotto per il consumatore “telepatico”: cuffie elettroencefalografiche che registrano l’attività cerebrale in modo non invasivo. Si tratta di tecnologia di bassa fedeltà rispetto agli impianti neurali promossi da aziende come la Neuralink e la Kernel, ma è più consolidata. La Emotiv dispone infatti di due prodotti: un dispositivo per la ricerca, chiamato EPOC +, che costa 799 dollari, e una cuffia orientata verso il consumatore, la Insight, che costa solo 299 dollari. Emotiv produce un software che consente agli utenti di visualizzare la propria attività cerebrale in 3D di misurare le prestazioni del proprio cervello, e persino di controllare droni, robot e videogiochi. La società è stata selezionata dal Disney Accelerator nel 2015, con l’obiettivo di creare un “dispositivo indossabile per il cervello” da mattere nel futuro a disposizione dei visitatori dei parchi gioco del topolino. 

 

DARPA 

Ovviamente non poteva mancare l’esercito. L’anno scorso la DARPA, l’agenzia dei progetti di ricerca avanzata per la difesa militare degli Stati Uniti, ha lanciato un programma da 60 milioni di dollari per sviluppare un’interfaccia neurale impiantabile in collaborazione con un consorzio di aziende private. Il progetto, parte dell’iniziativa BRAIN dell’ex presidente Barack Obama, è un programma molto ambizioso e per il quale l’ex presidente aveva stanziato 250 milioni di dollari. DARPA vuole creare un dispositivo in grado di registrare l’attività di almeno 1 milione di neuroni contemporaneamente e di stimolare almeno 100.000 neuroni nel cervello. DARPA vuole anche che il dispositivo sia wireless, della dimensione di una monetina e che sia pronto in quattro anni, una scadenza questa che secondo il periodico MIT Technology Review sarebbe estremamente aggressiva. 

 

Ma se la MIT Technology Review fa il police verso al progetto di DARPA, Matt Grob, Chief Technology Officer di Qualcomm, lo ritiene tra quelli più fatitbili. E infatti predice che arrivarà sul mercato con l’arrivo del 6G, ovvero le cosiddette tecnologie wireless di sesta generazione. “Quando guardi l’evoluzione della comunicazione wireless ti rendi conto che è inevitabile”, ha dichiarato Grob. “Prima la voce per voce, per le tue orecchie. Dal 3G al 5G sono i tuoi occhi ad essere bersagliati. È probabile che il 6G andrà oltre i display montati sulla testa per introdurre l’interfaccia neurale diretta “, ha spiegato Grob alla conferenza “The Next Billion of Quartz” tenutasi a San Francisco il 13 ottobre dell’anno scorso. 

 

Qualcomm – fondata dall’Italiano Andrew Viterbi – è membro del gruppo industriale che è stato formato per supportare il progetto DARPA ed è stata coinvolta espressamente per la sua capacità di produrre rapidamente prototipi e componenti di neuro-ingegneria. Produce chip per smartphone ma ha avuto un ruolo chiave nello sviluppo della tecnologia LTE sulla quale si basa il 4G. Per questo motivo è il candidato ideale per garantire l’accesso a soluzioni di ricarica e alimentazione rapidissima degli impianti cerebrali. Cercando di dissipare i timori suscitati dal suo programma di Neural Engineering System Design, DARPA ha di recente dichiarato che gli impianti della Qualcomm, oltre a scaricare dati sensoriali nel cervello e ricavarne risposte ad alta risoluzione, offrono una nuova soluzione per affrontare deficit visivi o uditivi in maniera innovativa. 

 

Insomma, le promesse sono tante e da far girar la testa. Di sicuro possiamo immaginare che gli impianti cerebrali, a bassa potenza e collegati a reti di dati 6G ad altissima velocità, sulla carta appaiono in grado di rendere antiquate soluzioni come i Google Glass e gli Spectacles di Snapchat. Non resta che attendere. 

 



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