La follia di Moria – Corriere.it


Alessandro Barberio, psichiatra, Medici Senza Frontiere

LESVOS – «Moria ha due anime. Una di queste rimarrà per sempre dentro di me». Mahamadou ha 24 anni. È alto, i muscoli sotto la felpa blu sono delineati. Viene dalla Repubblica democratica del Congo. Ha lo sguardo fisso, quasi dolce. Poi un lampo, all’improvviso, gli attraversa la mente. I suoi occhi iniziano a muoversi veloci in una danza senza senso. Le pupille si dilatano e i pensieri si annodano quasi fossero filo spinato che penetra nella carne. Il corpo inizia ad avere spasmi. Mahamadou (il nome è di fantasia) letteralmente rivive le torture che ha subito. Sente l’odore del suo stesso sangue. E rivede i suoi carnefici, come se fossero lì nella stanza con lui. Uomini che parlavano la sua lingua lo hanno costretto a fare del male alle persone a lui care, lo hanno piegato a terra fino a fargli mangiare le sue feci, lo hanno violentato e lo hanno massacrato in tutti i modi possibili.

Non è stato un incubo. Glielo hanno fatto per davvero.

Mahamadou oggi ha quadro psichiatrico grave che può essere trattato solo con psicofarmaci, ha contratto l’Epatite C. È da solo, senza famiglia e senza parenti. E ora non riesce più a vivere.

A Mitilini, vicino al porto principale dell’isola greca di Lesvos, Alessandro Barberio, psichiatra, ha appena finito di visitare i pazienti. Nel suo studio, sopra la scrivania campeggia un poster di «Casablanca». «L’ho lasciato lì da quando è servito a stabilire un dialogo con un uomo che era totalmente traumatizzato».

  • Un migrante a Moria, sull’isola greca di Lesvos (Foto Eugenio Grosso)

  • A Moria si trovano attualmente 9mila persone (Foto Eugenio Grosso)

  • Molti di loro aspettano anche più di un anno prima di sapere se la loro richiesta di asilo sia stata accettata o meno (Foto Eugenio Grosso)

  • Sull’autobus che collega la città principale di Lesvos, Mitilini, al campo di Moria. I migranti hanno il permesso di circolare sull’isola ma non possono abbandonarla fino a quando non hanno ricevuto il via libera (Foto Eugenio Grosso)

  • Un gruppo di migranti ricarica il cellulare in una delle baracche fuori dal campo (Foto Eugenio Grosso)

  • Sono almeno 2250 i minori che vivono a Moria (Foto Eugenio Grosso)

  • Secondo le ong sono aumentati i casi di autolesionismo e tentati suicidi anche tra i minori (Foto Eugenio Grosso)

  • Sono stati denunciati anche casi di abusi e violenze (Foto Eugenio Grosso)

  • Olive Grove, il campo spontaneo dove si trovano all’incirca mille persone (Foto Eugenio Grosso)

  • In fila per il pasto (Foto Eugenio Grosso)

  • A Moria si sono verificate numerose rivolte e gli incidenti sono all’ordine del giorno (Foto Eugenio Grosso)

  • Il campo di Moria era in passato una base militare (Foto Eugenio Grosso)

  • Personale della clinica di Medici Senza Frontiere al di fuori del campo di Moria (Foto Eugenio Grosso)

  • Moria è stato definito il peggior hotspot d’Europa (Foto Eugenio Grosso)

Barberio, originario di Trieste e di scuola basagliana, si è preso un periodo di aspettativa per lavorare con Medici Senza Frontiere. Da gennaio, in questi mesi ha seguito in media cinque casi al giorno. «I più gravi sono per lo più uomini, provenienti dall’Africa che hanno un passato di torture e violenza sessuale ripetuta», spiega. (Qui l’audio con la sua intervista)

Toccare l’intoccabile, come diceva Sigmund Freud, secondo Barberio «siamo di fronte a una sorta di trauma collettivo che rischia di travolgerci se non lo affrontiamo». Sintomi severi di disturbo post traumatico da stress, sintomi psicotici come allucinazioni uditive, visive, associate a paranoia, persecutorietà, confusione, disorientamento e tentativi di suicidio precedenti. L’elenco delle patologie dei pazienti di Moria è lungo. Ed è «sicuramente influenzato dal luogo in cui vivono».

Il peggiore hotspot di Europa. L’inferno che preoccupa l’Alto Commissariato per i rifugiati. Tantissime le definizioni e le etichette che in questi anni di «emergenza migranti» sono state affibbiate ad un posto che, ironia della sorte, porta lo stesso nome delle miniere create da J.R.R. Tolkien nel «Signore degli Anelli». Una prigione, un limbo.

Moria oggi è diventata la terza città di Lesvos. Nel solo 2018 ci sono arrivati quasi 14 mila migranti.

La porta d’Europa

Ai giornalisti, per entrare a Moria, serve il permesso alle autorità greche. «Siete arrivati nella giornata peggiore», dice un’impiegata truccata e gentilissima all’ingresso. Da più di 24 ore sta piovendo. Il tragitto fino all’ufficio del vice comandante del campo Dimitri Vafeas è breve. Tutto intorno, gabbie, filo spinato. Vafeas snocciola i numeri: 6.680 migranti per 3.100 posti (ma la stima delle ong è di 9.000). Dati, percentuali e statistiche. Un bagno ogni 40 persone (ma c’è chi, come il Greek refugees council, parla di 1 ogni 72), 1 doccia ogni 50 (e c’è chi sostiene siano 1 ogni 84). Qui ci sono persone da tutto il mondo: afghani (i più numerosi al momento), iracheni, siriani, africani. Ci sono arrivi da Haiti, dalle Fiji e perfino dal Tibet. Ogni giorno ci sono almeno 50-80 nuove registrazioni. «Mentre da voi italiani gli sbarchi calano, qua non si sono mai fermati, anzi», dice.

Dopo il 2016, anno di accordo tra Bruxelles e Ankara, Lesvos e Moria, da porta di ingresso in Europa e dunque di passaggio, si sono trasformate in un enorme centro di registrazione dove i migranti rimangono bloccati anche anni, in attesa di sapere se la loro richiesta di asilo possa iniziare il suo iter. «I problemi sono tanti, è vero: sono solo 18 le guardie assegnate al controllo del campo. Ma cosa devo dire? Facciamo del nostro meglio con quello che abbiamo», scuote la testa il vicecomandante prima di tornarsene in ufficio.

Nel campo teoricamente sarebbe vietato fare fotografie, riprendere e parlare con i migranti. Ma se lo fai, nessuno ti dice niente.

Ferite e cicatrici

«Attention, attention aux fils, attenzione ai fili ». Il cielo è ancora gonfio di cattive promesse. Oji e Asad (i nomi sono di fantasia), entrambi poco più che ventenni, sbucano fuori da una tenda malconcia. Hanno piazzato una lamiera davanti all’ingresso della loro baracca per evitare che la pioggia bagni del tutto il materasso su cui dormono. Per terra, tre cartoni ormai marci. Tutto intorno una ragnatela di cavi elettrici che da un momento all’altro potrebbero andare in corto circuito.

Arroccato su una collina il campo, ex base militare costruita dopo la dittatura dei colonnelli, è grande 48mila metri quadrati. Un inferno di baracche e container. Incendi, rivolte, stupri, violenze, droga. A Moria, come nelle peggiori carceri del mondo, non manca niente. L’anno scorso la famiglia di un egiziano morto ha fatto causa alle autorità greche accusandole di non aver chiamato i soccorsi dopo che lui era rimasto intossicato dal monossido di carbonio di una stufa.

Oji e Asad vengono dal Camerun. Sono partiti insieme, sono arrivati in aereo con il visto turistico fino a Istanbul, poi in autobus fino Smirne. Da lì hanno pagato uno smuggler, un trafficante, per attraversare il mare. Durante la traversata verso Lesvos sono rimasti in acqua otto ore. «Il gommone era mezzo sgonfio, abbiamo chiamato aiuto e sono venuti a prenderci». Sulle braccia hanno delle cicatrici profonde. Solchi più chiari che segnano la pelle nera. Si sono tagliati con le lamette che hanno comprato fuori dal campo. Oji e Asad non hanno mai visto uno psicologo.

Pezzi di carta

La fila per il pasto si allunga, così come quella davanti all’ufficio del Ric, il registration identification center, dove si rinnovano i permessi. Tutti aspettano l’agognato «blue stamp», il via libera per partire alla volta di Atene e poter iniziare le procedure per l’asilo.

«Ehi ma nemmeno oggi…». Isaac (il nome è di fantasia), viene dalla Sierra Leone. È a Moria da più di un anno. E, niente, il suo permesso non arriva. Si dispera, inizia ad agitarsi. Poi prende il foglio che ha in mano e lo fa in mille pezzi. Un gruppo di bambini, intanto si lancia su e giù da una discesa di cemento bagnata usando una cassetta di plastica come slittino. A Moria i minori non hanno una scuola da frequentare o un futuro da preparare e per loro non sono previste attività. «A breve riusciremo ad aprire una zona ricreativa, qui davvero c’è tantissimo da fare. Soprattutto dobbiamo dare dignità a queste persone», dice Patric Mansour del site management support del Norwegian Refugee Council con gli occhi stanchi e il sorriso tirato. Difficile riuscire a vedere uno spiraglio. Di recente il governo greco ha annunciato che trasferirà 6 mila persone sulla terra ferma entro la fine dell’anno, riportando il campo alla sua capienza originaria. Ma, Inshallah, Moria ancora aspetta.

Incubi tra gli ulivi

Fuori dalle reti, su una collina fangosa, si staglia «Olive Grove», come viene chiamato l’accampamento di centinaia di tende, piantate spontaneamente. Per lo più qui si trovano famiglie provenienti dal Medio Oriente o dall’Asia. Per fare il fuoco si tagliano gli ulivi del campo vicino. Si cucina il pranzo in pentole luride. Una bambina di nemmeno tre anni con indosso un impermeabile bianco con le fragole disegnate sopra gioca con un elastico per i capelli. «Se passi di qui di notte, senti le grida e i pianti», dice piano Diane Nicholls, volontaria di una ong irlandese. Ahmed (il nome è di fantasia), 7 anni, da Mosul, ha cercato di appendersi al ventilatore con una corda. È arrivato qui sei mesi fa con il padre, dopo che la madre è morta in un raid in Iraq. Ismail, 8 anni, anche lui testimone degli orrori della campagna contro Isis è salito su un container e voleva buttarsi di sotto. Lo hanno tirato giù appena in tempo.

Enuresi secondaria (la pipì a letto anche nei bambini che hanno già il controllo della vescica), incubi, attacchi di ansia, episodi di autolesionismo a partire dai cinque anni. Anche per i minori, dopo i traumi subiti in patria, il viaggio, l’arrivo a Moria, i rumori e la violenza di un luogo così affollato riaccendono l’interruttore dell’orrore. «L’altro giorno qua era festa nazionale, sono passate le pattuglie aeree acrobatiche e i bambini hanno iniziato a piangere tutti. Credevano fossero riprese le bombe», spiega Carola Buscemi, pediatra di Medici Senza Frontiere.

Buchi nella rete

Moria, la fortezza coi buchi nella rete. Ai migranti è concesso circolare sull’isola. Ma non possono lasciarla. Hanno a disposizione 90 euro al mese in contanti ma non possono lavorare. E sull’isola, soprattutto di inverno. non c’è granché da fare. I più intraprendenti frequentano i corsi organizzati dalle ong. Canto, inglese, disegno. Qualcuno si spinge in chiesa a pregare. La maggior parte però, per ripararsi dal freddo, trascorre il tempo nei bar «refugees friendly». Ma c’è anche chi — spiega Tristan, dalla Costa d’Avorio — ha deciso di vietare l’ingresso agli stranieri, soprattutto ai neri.

E così ogni sera, quando arriva il traghetto per Atene, in tanti provano a saltare la rete.

Il sole sta tramontando dietro le nuvole ancora gonfie. Sull’autobus da Mitilini, mentre la pioggia dà tregua per qualche minuto, i vetri si appannano. Un uomo e una donna si stringono. Lei è di Homs, in Siria, lui egiziano. Si sono conosciuti a Lesvos. Lei è rimasta vedova durante il viaggio. Lui le sfiora la guancia. E lei si passa una mano sul collo di pelliccia sintetica del suo giaccone. Sorride e tiene gli occhi bassi.

È notte ormai, quando qualcuno accende un fuoco fuori dal campo di Moria. Vicino c’è un muro. Sopra, con uno spray nero, ci hanno scritto «Movement of Freedom». Davanti, ci hanno piazzata una rete.

martedì 4 dicembre 2018
dalla nostra inviata Marta Serafini – fotografie di Eugenio Grosso


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