Kenya, il capo delle ricerche: «Attendiamo buone notizie su Silvia Romano nelle prossime 48-72 ore»


«Sono stati gli Al Shabaab». Ma sei sicuro? «Sì». Glielo facciamo ripetere tre volte: «Sì, sono stati loro», i qaedisti della Somalia che hanno commissionato il rapimento di Silvia Costanza Romano. Gabriel Ibaya è appena rientrato dalla grande caccia, oggi nessuna traccia, «ma qui siamo tutti ottimisti». Lo è il suo capo, Noah Mwivanda, il comandante della polizia costiera e capo delle operazioni di ricerca: «Sì, attendiamo buone notizie entro le prossime 48-72 ore», dice. Il comandante non vuole parlare di Shabaab, e allora è il suo sottoposto Ibaya a farlo. Perché nel campo base di Garsen, verso il confine somalo, alle porte delle grandi foreste dove si pensa che la ragazza milanese sia tenuta nascosta, fra i 100-150 uomini delle operazioni c’è un po’ d’agitazione. Camion che scaricano poliziotti, razioni K accumulate perché sarà una lunga campagna di ricerche. Gabriel, 45 anni, è un ufficiale dei corpi speciali kenyani e parla un italiano pasticciato, ha lavorato negli alberghi della costa come cuoco e ha imparato due cose: come si cucina e come si fa a raccontare cose vietate, in italiano appunto, senza che i suoi superiori capiscano. Così, ai giornalisti racconta quel che lui ha capito finora di questo sequestro: «Quel giorno, la ragazza è scappata con Al Shabaab. Loro (i terroristi) hanno spiegato (ai rapitori): per favore, fate questo lavoro, così poi noi vi paghiamo…».

Un sequestro su commissione, per conto dei terroristi islamici. «Sì, perché loro controllano tutta questa zona. Io non vivo qui, ma conosco quest’area perché ci ho lavorato cinque anni. E qua sono tutti con Al Shabaab. Ieri noi abbiamo preso la moglie (Elima, la donna di uno dei tre ricercati, n.d.r.) e lei ha spiegato ai miei uomini il tipo di lavoro fatto da questi uomini che hanno preso la ragazza. Ha detto: il mio uomo mi aveva detto ‘fra due o tre giorni vengo a casa’, però poi lei ha cercato di chiamarlo al telefono e lui non rispondeva». Il racconto è un po’ confuso, ma il soldato Gabriel è sicuro e lo ripete – «la moglie ci ha detto che sono stati Al Shabaab» -, finché un suo superiore non lo vede parlare coi giornalisti e non lo chiama in disparte. A quel punto, una volta tornato, il tono è un po’ meno deciso: allora, la moglie ha detto proprio Al Shabaab? «Non lo so, in questo momento lei è alla stazione di polizia», dove la stanno interrogando.

Le indagini restano vaghe. Si lavora molto sul terreno, ma poche novità emergono dal lavoro d’investigazione. E’ accertato che i quattro rapitori e il loro quinto complice volevano i soldi, pochi e subito. Una specie di riscatto-lampo, o se si vuole una rapina. Ma mentre Silvia urlava e piangeva disperata, chiedendo aiuto agli abitanti di Chakama, mentre questi tentavano di liberarla a colpi di panga e la banda invece sparava sulla gente, lì è nata la decisione di portarla via: «Volevano un riscatto lampo – racconta James, un ragazzo nigeriano che frequentava la onlus italiana Africa Milele -, ma Silvia non aveva soldi», perché erano stati caricati solo sull’account del suo cellulare. A quel punto, «qualcuno dei sequestratori voleva lasciarla libera, ma gli altri si sono rifiutati». Di qui, la scelta poi di dividersi: solo alcuni del gruppo iniziale si sono dati alla fuga con l’ostaggio, gli altri avrebbero preferito lasciar perdere. A Chakama, l’idea che siano stati gli Shabaab somali non convince. E nemmeno gli investigatori sembrano crederci, almeno nelle dichiarazioni ufficiali: «Se fossero stati estremisti islamici – spiega James -, avrebbero potuto fare una strage e uccidere chiunque. Bastava tirare buona bomba nella guest house di fronte», quella dove i sequestratori hanno dormito prima d’entrare in azione. «Quasi tutti gli abitanti del villaggio erano lì dentro».

27 novembre 2018 (modifica il 28 novembre 2018 | 13:12)

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