Influenza: quello che abbiamo imparato dall’epidemia di spagnola del 1918


1918-2018: oggi siamo meglio attrezzati di un secolo fa, per affrontare un’epidemia influenzale. Eppure, rispetto a quando il mondo finì nella morsa della spagnola, ci sono alcuni elementi in più da considerare: cambiamenti climatici, antibiotico-resistenza ed evoluzione delle condizioni demografiche possono influenzare gravità e virulenza delle prossime pandemie.

 

A fare il punto su quanto ci hanno insegnato le epidemie influenzali del passato – a cominciare appunto dalla cosiddetta spagnola, di cui ricorre il centenario – è un’ampia revisione di studi sul tema pubblicata su Frontiers in Cellular and Infection Microbiology. «Come per la pandemia del 1918, la gravità di ogni futuro episodio sarà il risultato delle complesse interazioni tra fattori che riguardano il virus, l’ospite (l’uomo) o la società» spiega Carolien van de Sandt del Peter Doherty Institute for Infection and Immunity (Australia), tra gli autori.

Il virus. L’influenza spagnola interessò un terzo della popolazione mondiale e si portò via 50 milioni di vite. Tra le ragioni della sua severità vi furono, spiegano gli scienziati, le caratteristiche del virus, che infettava altri tessuti oltre alle vie aeree. Il danno provocato era quindi più esteso. Inoltre, il virus aveva guadagnato mutazioni che ne facilitavano la trasmissione da uomo a uomo.

 

Oggi siamo in grado di prevedere in anticipo, almeno in parte, le caratteristiche dei virus influenzali, ma i cambiamenti climatici influenzano la circolazione dei patogeni nelle riserve animali e modificano i tempi e i percorsi di migrazione annuali degli uccelli, favorendo la diffusione dell’infezione in nuovi luoghi e in un più ampio numero di specie.

 

Ecco perché è di assoluta importanza lo sviluppo di una rete di sorveglianza virale estesa in ogni angolo del pianeta.

L’ospite. Nel 1918, le precarie condizioni di salute pregresse di buona parte della popolazione influirono sul tasso di mortalità del virus. Chi era malnutrito o affetto da tubercolosi finì più spesso vittima dell’infezione. I tempi sono cambiati, ma questo punto è ancora oggi rilevante: i cambiamenti climatici stanno facendo aumentare il numero di persone senza cibo a sufficienza, perché determinano instabilità nei raccolti.

 

La resistenza agli antibiotici sta rendendo le infezioni batteriche più difficili da debellare, offrendo al virus dell’influenza un bacino di potenziali ospiti già indeboliti. Anche l’obesità, legata alla malnutrizione, le malattie croniche come il diabete o altri sostrati di epidemie come quella dell’HIV, o la malaria, rappresentano condizioni che pongono un aumentato rischio di morte, in caso di influenza.

 


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Un campo medico allestito per i malati di influenza spagnola in Kansas, nel 1918. | Wikimedia Commons

 

Il fattore demografico. Sono infine cambiate le caratteristiche della popolazione in cui il virus si aggira. Nel 1918, l’influenza si diffuse soprattutto in quella che è tradizionalmente considerata la fascia più resistente, quella dei giovani adulti. Gli anziani furono più spesso risparmiati, forse per la loro precedente esposizione ad altri virus, che aveva rafforzato le loro difese. Oggi i virus influenzali agiscono su una popolazione che sta invecchiando: da un lato con una più lunga memoria immunitaria, dall’alto più fragile e ammalata.

 

A differenza di un secolo fa ci spostiamo con facilità, favorendo la diffusione dei virus, ma abbiamo anche dalla nostra armi di prevenzione come i vaccini, nonché migliori condizioni igieniche. Insomma in cento anni sono in parte cambiate le sfide, ma non la necessità di farsi trovare preparati. Se un’epidemia influenzale simile alla spagnola si verificasse oggi, stimano gli autori dello studio, il numero delle vittime potrebbe comunque arrivare a 150 milioni di persone.

 


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