Il pittore è un algoritmo Così l’arte diventa una burla –


Poco più di un anno fa il Salvator Mundi attribuito a Leonardo da Vinci infranse ogni record di vendita a 450 milioni di dollari. Eppure la certezza dell’autenticità dell’opera ha diviso gli esperti e il rischio di aver strapagato qualcosa che somiglia a una crosta non è affatto scongiurato. Poche settimane fa l’ennesimo «caso Banksy»: appena battuto all’asta a oltre un milione di sterline da Sotheby’s Londra, il quadro si è autodistrutto.

Sempre più spesso l’arte confina con la burla e l’azzardo e ha bisogno di far parlare di sé inventandosi situazioni paradossali che nulla hanno a che fare con quei cardini del pensiero estetico che ci hanno condotti fin qui. Eccoci dunque a fissare un valore economico per l’intelligenza artificiale: 432mila dollari spesi da un misterioso acquirente per Ritratto di Edmond Belamy, contro una stima di 7/10 mila, realizzato non da mano umana ma dall’intelligenza artificiale. Che tanto intelligente non è, visto che il rivoluzionario quadro non si discosta poi troppo da un esercizio accademico, peraltro non finito.

L’idea, che non è uno scherzo ma la prova dell’accettazione della macchina nel sistema dell’arte, è venuto al collettivo parigino Obvious, formato da tre venticinquenni che hanno utilizzato la cosiddetta Gan, rete generativa avversaria, da dove è stato ricavato un algoritmo capace di studiare i dati di oltre 15mila ritratti dipinti tra XIV e XX secolo. Lo scarto e la ricomposizione degli elementi darebbero pertanto un’opera completamente inedita, come per un’immagine «creata» dall’uomo, confezionata, incorniciata e infine predisposta alla vendita nella sessione autunnale di Christie’s New York.

Poiché l’arte ha bisogno di una narrazione per potersi reggere in piedi, allo sconosciuto signor Belamy è stata inventata una degna storia: il suo nome è un omaggio a Ian Goodfellow, sviluppatore del programma Gan. Obvious peraltro ha deciso di investire questa bella cifra per potenziare l’algoritmo e sperimentarne l’utilizzo in 3D.

Tutto davvero molto divertente. La nostra epoca non può permettersi di separare le discipline umanistiche da quelle scientifiche; i rispettivi ambiti non possono correre a due velocità, lenta e passatista l’una, frenetica e proiettata verso il futuro la seconda. Illustri studiosi, uno su tutti Richard Sennett, hanno definito l’operatore virtuale come il nuovo artigiano, perché non conta soltanto l’esperienza sui linguaggi tradizionali o l’abilità manuale, quanto quella capacità inventiva che non da oggi passa attraverso gli schermi e le memorie dei computer.

Fin qui nulla da obiettare, ci mancherebbe. Però non si ha arte, né cultura in generale, senza la prospettiva di cambiare il mondo, di porsi al culmine di un processo evolutivo. Senza utopia, senza sogno manca quel cardine esistenziale che annida nella voglia di rivoluzione che anima un artista vero. Se non c’è, non c’è arte. Archiviare, compilare, rielaborare non basta. Il guizzo, la follia non possono essere sostituiti da niente e infatti la macchina non è riuscita a inventare altro che un ritratto dal gusto pompier.

Nei secoli ci sono stati altri momenti di decadenza e di scarse idee. Ecco, oggi stiamo vivendo un nuovo Rococò, fase terminale del Barocco, con la differenza che nel Settecento almeno sapevano dipingere. O i pittori, o almeno i loro assistenti.



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