Il patto segreto che mette Conte in mano a Trump –


D a settimane Paolo Cirino Pomicino, democristiano non pentito di rito andreottiano, che ha mantenuto relazioni nelle stanze dei bottoni, azzardava una previsione nei contatti che ha mantenuto con i Palazzi romani: «Alla fine Donald Trump darà una mano al governo perché gli americani hanno in testa solo il Tap, il gasdotto Trans-Adriatico». Sembrava la boutade di uno dei potenti del passato, ma se si rivede la cronaca delle 24 ore che hanno preceduto la decisione di Standard & Poor’s di mantenere il rating attuale dell’Italia aggiungendo un outlook negativo, ritorna in mente il vecchio adagio del Divo Giulio, «a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca». La decisione dell’ultima grande agenzia di rating che doveva pronunciarsi sull’Italia, infatti, è stata preceduta da una serie di fatti inusuali. Il giorno prima, lo stesso Trump in un tweet ha informato il mondo di aver avuto una telefonata con il premier Giuseppe Conte, a cui ha assicurato il suo più completo appoggio anche per le scelte economiche. Un vero endorsement. Dodici ore dopo due «voci» autorevoli della finanza americana, le anime più vicine all’establishment conservatore, cioè il Wall Street Journal e l’agenzia Bloomberg, hanno espresso un giudizio favorevole sulla manovra economica del governo di Roma. Passata qualche ora Conte, spalleggiato da Di Maio, ha dato il via libera definitivo con un comunicato ufficiale alla realizzazione del Tap. Una decisione che ha corredato con un argomento per sedare la ribellione della base grillina: «Interrompere la realizzazione dell’opera comporterebbe costi insostenibili, pari a decine di miliardi». Infine, due ore dopo, è arrivato il verdetto di S&P: non un abbassamento del rating (alcuni giornali ci scommettevano), ma una previsione negativa per il futuro (outlook negativo). Insomma, un supplemento di istruttoria condito qui c’è il paradosso con giudizi talmente duri che sarebbero più in linea con un abbassamento del rating. Tant’è che il premier italiano venerdì sera ha tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo: «Meglio di quanto si temesse».

Ora, uno può anche dire che si tratti solo di fantapolitica, di un eccesso di dietrologia, ma questa cronistoria non può non far venire il sospetto di uno scambio o di un aiuto interessato da parte dell’amministrazione americana, magari frutto di una trattativa segreta per mandar finalmente in porto il Tap. Un sospetto che sarebbe coerente con l’approccio estremamente pragmatico alla politica di Trump. «Io non ho dubbi», confida Renato Brunetta, che in queste settimane analizza l’impatto della manovra gialloverde sui mercati: «Per giorni S&P mi è sembrata in una posizione d’attesa. Poi ha mantenuto il rating ma dando dei numeri che fanno a pugni con la realtà, anche se condito con l’outlook negativo: dare un indice di crescita all’1,1% della nostra economia non sta né in cielo né in terra con questa manovra. La verità è che Trump in questi mesi ha fatto un corteggiamento asfissiante a Conte perché per loro il Tap è strategico. Hanno dato al governo un supplemento di tempo e, magari, fra qualche mese gli presenteranno il conto. Senza contare che la maggior parte del debito estero italiano è in mano, soprattutto, a francesi e tedeschi, gli americani sono solo terzi».

Già, il Tap per la Casa Bianca è ben più importante del debito pubblico italiano: il primo è fondamentale negli equilibri geopolitici; il secondo impensierisce più Bruxelles o Francoforte che non una Casa Bianca abitata da Donald Trump. Valentino Valentini, uomo ombra di Silvio Berlusconi, che il dossier Tap lo conosce a menadito, è sempre diffidente verso la dietrologia («S&P dice – non si presterebbe a fare il gioco di nessuno»), ma sull’importanza del Tap per gli americani nel risiko mondiale non ha dubbi: «Toglie a Putin l’esclusiva del rubinetto del gas verso l’Europa. Per ora collegherà i grandi giacimenti dell’Azerbaigian al Vecchio Continente, ma poi anche quelli delle altre Repubbliche del Caspio. Con la realizzazione del Tap il progetto South Stream di Putin, ad esempio, perde ogni interesse».

In sintesi: con il Tap gli Usa tolgono alla Russia la possibilità di poter fare pressioni sul piano energetico (e potenzialmente politico) sull’Europa e, nella mente di Trump, entrano nel business del gas in un mercato importante come quello della Ue. Inoltre il gas arriverebbe in Europa dalla porta italiana e non da quella tedesca e tutti sanno che l’attuale inquilino della Casa Bianca nutre una certa antipatia verso Berlino. Non è poco. Rispetto a questo progetto, che va avanti da diversi anni, l’avvento dei grillini al governo, con la loro idiosincrasia verso il Tap, per Washington era diventato un ostacolo. Il rapporto privilegiato con Roma, le carezze di Trump verso Conte di questi mesi, sono stati i modi classici per superarlo. E la manovra economica, con i suoi problemi, ha dato a Washington una carta in più verso il governo gialloverde, quantomai bisognoso d’aiuto. Così, alla fine, l’esigenza di avere l’appoggio dell’amministrazione Usa ha spinto Conte a rompere gli indugi al costo di mettersi in urto con la base del movimento in Puglia: ieri i comitati anti-Tap hanno chiesto le dimissioni di Di Maio e della ministra Lezzi, mentre tre parlamentari grillini hanno messo in dubbio l’esistenza di penali di 20 miliardi (cifra fatta da Di Maio) nel caso il progetto non vada in porto. In sintesi: sono volati gli stracci.

Matteo Renzi, che come ex premier conosce bene la questione, non crede molto alla trattativa fra Trump e Conte. «Un’operazione troppo raffinata per un governo in cui c’è quel genio di Di Maio, che si permette di mandare a quel paese Draghi», sostiene. Detto questo, però, qualche dubbio ce l’ha. Soprattutto, a lui non risulta l’esistenza di penali miliardarie. «Ma siete sicuri chiede, lui che conosce le carte che ci siano queste penali? Da quanto ne so io, non sono certo di quel livello».

Una polpetta avvelenata. Un modo per rimarcare cosa si deve inventare il governo gialloverde per far ingoiare ai grillini una decisione giusta e filo Washington come il Tap. E, comunque, anche lui è sicuro che il verdetto di ieri di S&P sia solo una tregua: «Tra sei mesi li faranno neri». Anche perché ogni giorno porta a Palazzo Chigi la sua pena: i dati non sono ancora arrivati sulla scrivania di Di Maio, ma a quanto pare l’avvento del decreto dignità ha fatto diminuire i contratti a termine del 20% negli ultimi mesi, senza aumentare quelli a tempo indeterminato.



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