Golf, Molinari: «Una volta battuto Woods, non ho avuto più timori» –


Milano, 12 ottobre 2018 – Domani, sabato 13 ottobre, alle 18 su Sky Sport Golf, appuntamento con “I Signori del Golf”; protagonista Francesco Molinari, con un’intervista esclusiva, che da domenica potrà essere seguita anche nella sezione “Scelti per te” su Sky On Demand. Di seguito diversi passaggi dell’intervista a Francesco Molinari.

Un 2018 incredibile, te l’aspettavi così?

Il 2018 era difficile da prevedere, però, sentivo che l’anno scorso, anche gli ultimi 2 anni direi, è stato un crescendo continuo almeno dal punto di vista del gioco, per cui speravo che i risultati prima o poi riflettessero le mie sensazioni. È una strada lunga ed è incredibile essere arrivati fino a questo punto. Però, fortunatamente credo di esserci arrivato poco a poco e un passo alla volta. Per cui è incredibile da un lato, se ci penso, e dall’altro, quando scendo in campo, mi sembra di fare le cose in maniera assolutamente normale, per cui sono due facce della stessa medaglia.

Cosa succede nella Team Room della Ryder Cup, perché quello che è successo fuori l’abbiamo visto tutti., ma quello che succede dentro? 

La squadra è stata sicuramente quella in cui c’era l’atmosfera migliore. Succede che ci sono 12 giocatori, più le mogli, più i caddie, più i vice capitani che hanno tre giorni per cercare di diventare come una grande famiglia. Per cui credo che quest’anno ci fosse un ottimo mix di personalità diverse, e anche, comunque, di giocatori più esperti e meno esperti. Tutti davvero con il giusto spirito di squadra. Thomas Bjorn è stato per me, onestamente, anche un po’ una sorpresa, perché l’avevo avuto come capitano a un Seve Trophy, credo del 2011, forse, o nel 2009. e l’ho trovato molto diverso. Meno, un po’ meno passionale, nel senso buono del termine. Nel senso che mi ricordo che avevamo giocato al Seve Trophy con tanti alti e bassi nel suo umore. Invece, a Parigi per la Ryder è stato super professionale e ha fatto tutto quello che doveva fare per metterci a disposizione tutto quello di cui avevamo bisogno.

Come funzionano i doppi? Lui viene li ti parla e ti dice con chi vuoi giocare?

Era da questa estate che parlavamo delle possibili combinazioni. Come detto prima, tutti andavamo abbastanza d’accordo. Sapevamo che c’erano degli attriti tra qualche giocatore, per cui certe coppie venivano escluse a priori, senza fare nomi. Io dal mio punto di vista ho sempre pensato a Tommy Fleetwood. Thomas Bjorn mi aveva chiesto quest’estate di iniziare a pensare comunque con chi volessi giocare. E le mie opzioni erano più che altro Tommy e Alex Noren perché sono due con cui vado d’accordo. Alex lo conosco da tantissimo tempo. Però poi appunto si devono avere quattro coppie al mattino e 4 coppie al pomeriggio. Idealmente Thomas voleva far giocare tutti per cui sono tanti incastri da fare. Quando mi ha detto che avrei giocato con Tommy, me l’aveva detto già due settimane prima di Parigi, io ero ovviamente molto contento. Poi, aveva un team di statistici che ci seguiva già dai giri di prova prendendo dati di tutti i nostri colpi. Quindi, già da giovedì ci ha detto che non avremmo riposato tantissimo. Venerdì è andata benissimo con 2 vittorie su 2 e a quel punto abbiam capito che saremmo rimasti in campo fino al prosciugarsi di tutte le forze che avevamo.


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Quando hai avuto la conferma che avresti affrontato Tiger Woods, che sensazione hai avuto?

Con Tiger è abbastanza incredibile, comunque, che tutti gli incroci che abbiamo avuto nella mia carriera. Ovviamente, lui ha una carriera lunghissima e ha avuto incroci con tutti i giocatori, però, sembra abbastanza particolare che tutte le Ryder che ho giocato io c’era lui o, comunque, lui ha saltato le ultime due, io ho saltato le ultime due. Al momento dei sorteggi onestamente la coppia Tiger–Patrik Reed incuteva abbastanza timore. Sono due ossi duri, sono forti in match play, però, poi credo che una volta che gli abbiamo battuti la prima volta, la prima mattina, da lì in avanti non abbiamo avuto grossi timori.

Quando c’è stato il sorteggio, Tiger ha fatto una brutta faccia.

Abbiamo giocato davvero bene come coppia, è stato molto divertente durante la cerimonia d’apertura. Credo che lui se l’aspettasse, visto che abbiamo giocato per ultimi. Comunque, erano già usciti gli altri 6 nomi degli europei. Ian Poulter mi raccontava che Tiger ha incrociato lo sguardo con lui, pensando probabilmente che Poulter sarebbe stato nell’ultima coppia. Probabilmente il primo giorno è stato un po’ sorpreso di incontrarci; però, ha giocato con me tante volte quest’anno, ha giocato con Tommy, per cui, sicuramente, sapeva fin dall’inizio che non avrebbe avuto vita facile, soprattutto su un campo come quello del Golf National.

Nel 4° match avete battuto Justin Thomas e Jordan Spieth. Forse sono peggio ancora?

Visti gli score degli altri match erano gli americani più in forma. Però, credo se possibile io e Tommy in Foursome siamo più forti che in 4 palle. Per cui, è stato un match anche quello combattuto ed è stato anche il momento di vento più forte che forse ha giocato a nostro vantaggio. È incredibile. Vincere 5 match su 5 alla Ryder è veramente qualcosa di difficile da digerire. Magari, non se l’aspettavano da me. Però la vita è così.

Ryder Cup 2012, il miracolo di Medinah; potevi rimanere tranquillamente in Europa. sei voluto andare in America, dove alcuni si sono scottati?

È stato sicuramente un passaggio importante quello dell’America. Però, non credo che tutto sia dovuto a quello. Sicuramente nel 2010, 2011 e 2012 ho avuto delle ottime stagioni. Però, credo che la mia consapevolezza non fosse allo stesso livello di quelli che erano i miei risultati. Sicuramente, ho avuto un calo, come nel 2012, com’è anche fisiologico che ci sia in certi momenti della carriera. E lì, quando ho deciso di ottenere di più dal mio gioco e di fare qualsiasi cosa potessi fare per ottenere il massimo. L’America è stato un passaggio complicato, soprattutto all’inizio, avendolo fatto capisco che tanti si siano un po’ scottati o, comunque, dopo esperienze di un anno abbiamo deciso di tornare indietro. È un tour completamente diverso, sono campi completamente diversi. Giochi contro dei field mediamente, secondo me, più forti, ma soprattutto giochi contro giocatori che hanno la mentalità dell’attaccare sempre e comunque. Non conoscono altri modi di giocare. Per cui quello fa sì che, magari, in Europa puoi arrivare nei primi 10-15 facendo un gioco un po’ più conservativo, in America non c’è la fai. Per cui, mi ha insegnato tante cose, mi ha insegnato qualcosa dal punto di vista tecnico, ma soprattutto dal punto di vista caratteriale, mi ha messo di fronte al fatto che tante volte giocavo troppo in difesa, non sfruttando quello che era il mio potenziale.

Vittoria nel World Golf Championships in Cina nel 2012, un Major e una World Cup con tuo fratello Edoardo nel 2009; è stato l’Open d’Italia a darti la scossa?

Penso che siano tutti tornei decisivi. Quello lo è stato in maniera particolare per me, perché ho giocato molto bene tutta la settimana. Ma, poi, sono arrivato alle 9 di domenica che non ne avevo veramente più. Un paio d’anni prima quel torneo non l’avrei mai vinto e credo che li si sia iniziato a vedere il lavoro che avevo fatto in quelle stagioni, dove i risultati erano così eclatanti. Per me è stata una dimostrazione che avrei potuto vincere in qualunque momento in cui, magari, non hai il meglio del tuo gioco a tua disposizione e devi cercare di fare il risultato comunque.


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