Gli Stati Uniti tornano a cercare petrolio in mare con le bombe


Orientata dalle posizioni di Donald Trump, l’Amministrazione degli Stati Uniti ha dato il via libera al nuovo piano di ricerca di idrocarburi (gas e petrolio) nell’Oceano Atlantico così come proposto dalle compagnie petrolifere, ossia utilizzando metodi già fortemente contestati da molte istituzioni scientifiche e, in generale, dagli ambientalisti.

 

Il servizio nazionale per la pesca marittima concederà dunque “particolari autorizzazioni” per attività di prospezione al largo delle coste dal New Jersey alla Florida, in pratica metà della costa atlantica degli Stati Uniti. Le società petrolifere saranno autorizzate a usare in modo sistematico la rilevazione delle onde sismiche prodotte da cariche esplosive: ecco come funziona.

Sulla terraferma. A tutt’oggi il sistema più utilizzato a terra consiste nel creare piccoli terremoti o forti vibrazioni in profondità, con cariche esplosive: le onde sismiche andando a riflettersi e a rifrangersi negli strati della crosta terrestre permettono di localizzare liquidi e gas tra le rocce.

 


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Come funziona il metodo delle bombe d’aria: le onde prodotte dalle esplosioni penetrano nella crosta terrestre e si riflettono fino agli idrofoni. L’analisi delle onde riflesse permette di capire se tra le rocce vi sono liquidi e gas.

In acqua. Negli oceani il principio è lo stesso, ma il metodo è diverso perché il fondale può trovarsi a centinaia o migliaia di metri dalla superficie. In questo caso si fanno esplodere sacche d’aria in prossimità del fondale: le onde d’urto si propagano nella crosta e restituiscono, nell’analisi sismica, le informazioni sulla natura di ciò che si trova là sotto.

 

Il problema è che per avere informazioni attendibili è necessario che le esplosioni siano molte, ravvicinate ed effettuate per lunghi periodi di tempo – anche per settimane. Fatti che, come si può ben immaginare, non sono senza conseguenze per l’ambiente marino, per la sua fauna e per le comunità che hanno sul mare e lungo le coste le loro attività, come del resto è già stato ampiamente dimostrato, nel tempo, da numerosi studi.

 


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Un’alternativa, non innocua, probabilmente meno efficace, ma anche molto meno distruttiva: questa imbarcazione produce vibrazioni che possono essere usate per localizzare giacimenti. | Geokinetics

Diane Hoskins, direttrice di Oceana, storica istituzione per la difesa degli oceani, afferma senza mezzi termini: «L’attività prevista dalle società petrolifere si scontra fortemente con gli indirizzi dati dalle comunità che vivono lungo le coste interessate dalle prospezioni, senza contare che i permessi di ricerca petrolifera e di trivellazione in quelle aree erano già stati negati in passato dal Bureau of Ocean and Energy Management proprio a causa dei danni che le esplosioni possono produrre».

Il nuovo volto del NOAA. A dispetto del meraviglioso lavoro svolto in passato dal National Oceanic and Atmospheric Administration, emanazione del Dipartimento per il commercio degli Stati Uniti, in questa occasione il NOAA sembra aderire in pieno alle richieste dell’Amministrazione Usa. Lo dimostra un rapporto nel quale i suoi esperti affermano che i limiti geografici definiti per la ricerca petrolifera dovrebbero offrire sufficiente protezione alle balene e non dovrebbero causare la morte di alcun mammifero marino.

 

 

Dunque, stando al NOAA, non ci dovrebbero essere particolari problemi. Per fortuna l’Ente ha anche approvato la presenza di osservatori indipendenti – almeno quelli – durante le operazioni di ricerca. Non è però chiaro quali possano essere i loro privilegi a bordo delle navi di ricerca petrolifera, né cosa potrebbero fare e in quali tempi nel caso dovessero riscontrare conseguenze nefaste per l’habitat oceanico e la vita marina.

 


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