Dopo l’incidente della Soyuz: che ne sarà della Stazione spaziale internazionale?


Ora che abbiamo accertato che Nick Hague e Alexey Ovchinin, i due astronauti che ieri erano a bordo della Soyuz MS-10 durante il suo atterraggio di emergenza, stanno bene, è lecito chiedersi quali saranno le conseguenze del lancio fallito per la Stazione Spaziale Internazionale. La capsula russa e il suo razzo, unici “taxi spaziali” al momento disponibili per condurre un equipaggio umano fino alla ISS, sono al momento oggetto di indagine da parte di Roscosmos (l’agenzia spaziale russa) per capire che cosa abbia determinato l’anomalia – e il grande spavento – della mattina dell’11 ottobre.

 

In stand-by. A pochi minuti dal lancio dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, un problema registrato al razzo Soyuz ha innescato la procedura di aborto del lancio, che ha riportato gli astronauti sani e salvi a Terra, dopo averli sottoposti a una decelerazione di 6, 7 g (di norma quella sopportata al rientro è di 5 g). La Soyuz si è dimostrata efficiente anche in caso di emergenza, ma non si può certo rischiare di mettere a repentaglio la vita dell’equipaggio. Tutti i voli umani con la capsula sono dunque sospesi finché non sarà accertato l’accaduto, e nessun astronauta può al momento raggiungere la ISS.

 

Ancora in orbita. A bordo attualmente vi sono tre astronauti, Serena M. Auñón-Chancellor, della NASA, Alexander Gerst dell’ESA e il cosmonauta russo Sergey Prokopyev. Sul termine della loro missione, inizialmente previsto per dicembre, pesa ora un grosso punto di domanda. I tre hanno un mezzo per tornare a casa: la Soyuz MS-09 attualmente agganciata sulla ISS – quella in cui è stato trovato un foro – può riportarli in sicurezza sulla Terra. Il foro è stato riparato e si trova in una parte della capsula non importante per il rientro.

 

Abbandonare la nave? Ma se i tre abbandonano la Stazione Spaziale, sarà impossibile tornarvi almeno per un po’: con le Soyuz momentaneamente ferme e i ritardi nel collaudo delle navicelle di Boeing e SpaceX (i cui voli umani non cominceranno prima dell’estate 2019), non ci sono alternative valide per raggiungere la base orbitante. L’unica sarebbe la Shenzhou, la nave cinese ispirata al modello delle Soyuz. La capsula è sicura per equipaggi umani e teoricamente capace di agganciarsi alla ISS, ma finora la Cina è stata esclusa da questo programma e chiedere il suo aiuto richiederebbe sforzi diplomatici notevoli.

 

Il tempo stringe. L’equipaggio attuale potrebbe rimanere a bordo un po’ più a lungo, ma non per un tempo indefinito: le Soyuz nello Spazio hanno un termine preciso per l’utilizzo in sicurezza (in genere di sei mesi), che per la MS-09 attualmente agganciata alla ISS cadrà ai primi di gennaio. Un’altra capsula russa potrebbe raggiungere la base orbitante per un test senza equipaggio, ma usarla per riportare a Terra tre astronauti è un’altra cosa: servirebbe la certezza assoluta della sua sicurezza.

 

Disabitata? La ISS ha visto l’alternanza ininterrotta di equipaggi a bordo dal novembre 2000. Si teme che lasciarla disabitata e priva di manutenzione significhi condannarla a fine certa. La NASA può continuare a farla funzionare anche da remoto per qualche tempo, a patto che pompe e pannelli solari lavorino come previsto, ma gli esperimenti scientifici su cui tanto si è investito in termini economici e di lavoro rischiano di venire interrotti. Il tutto, almeno sei anni prima della “data di scadenza” ufficiale della base.

 




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