Dominante e, finalmente, bellissima: con la quarta evoluzione di Allegri la Juventus ora può sognare la Champions


Sotto il sorriso-ghigno sempre più da Joker, alla Marc Marquez, Max Allegri continua a schermirsi, a dire che si può e si deve fare meglio, che le partite vanno chiuse (e a ragione: a momenti Pogba capitalizza la non-partita dello United). Così come continuerà a negare – in parte credendoci, in parte con un velo ipocrita – che lo «spettacolo» non gli interessa, che per quello – Trap dixit – bisogna andare al circo (a trovarne ancora). In realtà, Max sa benissimo che la performance di martedì a Old Trafford segna uno spartiacque (l’ulteriore) nel processo di crescita non solo della Juve, ma della sua personale ricerca di un gioco sempre più funzionale ed efficace: un gioco che quando arriva a quei livelli di coerenza interna e omogeneità (di «rispondenza» ai principi che persegue) non può non essere anche altamente spettacolare.

Fase 1

Manchester, in quel percorso, rappresenta l’emersione ideale di una specie di «fase 4». Per metterla bene a fuoco, ripercorriamo in breve le prime tre, utilizzando come stazioni sempre partite di Champions. La fase 1 (dopo il brillante apprendistato a Cagliari) si concretizza in un match che non ci stancheremo mai di ricordare, Milan-Arsenal 4-0 del 15 febbraio 2012 (ottavi). Quella sera convergono – tra gli altri – due elementi di un lungo work in progress: le sequenze del sacchismo di prima e seconda generazione – Ancelotti – mediate da un «secondo» straordinario come Mauro Tassotti; gli effetti dello studio accanito della fusione possesso-pressing del Barça del Pep (incontrato due volte prima di quella sera e due volte dopo, nei quarti fatali) per trovarne gli antidoti e/o assimilarne certi tratti. L’esito è il «cartone preparatorio» delle successive juventine, con le fasi difensiva e offensiva come «fronte» e «retro» di un unico respiro: una pressione di squadra (più ancora che pressing) da svolgersi a diverse «altezze», tale da inibire il possesso/fraseggio avversario e «incubare» la transizione offensiva (quelle che diventeranno poi nell’Allegri-lessico le famose «palle in uscita» da gestire al meglio della tecnica e del timing). Non c’è ancora una specificità spiccata di fase di possesso puro; però c’è già la capacità inconfondibile di contrarsi/sgranarsi, addensarsi/distendersi, di restringere lo spazio (fare densità) a palla persa o viceversa di crearlo (smarcarsi, specie sui lati deboli avversari) a palla (ri)conquistata. Quella sera, il Milan gioca una partita esemplare nel fare «la cosa giusta al momento giusto»: la vera sintesi della visione calcistica di Max.

Fase 2

La fase 2 si può ricondurre – un po’ arbitrariamente – alle prime due stagioni juventine. Arrivando (è bene ricordarlo) tra dileggi e resistenze, Allegri eredita il notevole lavoro di fondazione di Conte; un’architettura esemplare per furore atletico-agonistico, automatismi e sincronismi, che in Italia è senza paragoni e avversari, ma che in Europa mostra limiti evidenti, cioè una rigidità che nessun furore può spingere oltre se stessa. Con un alleggerimento insieme psicologico e strutturale, Allegri mantiene l’ossatura contiana rivestendola di una muscolatura più duttile, sinuosa ed elastica. Il tutto proprio grazie a un affinamento del «respiro» dinamico (contrazione/distensione) tracciato al Milan. Maturazione e vertice di quella fase (più ancora dei due match di semifinale col Real) è Borussia-Dortmund-Juve 0-3, 18 marzo 2015 (quarti), in cui un team insieme potente e altamente flessibile (quello di Pirlo, Vidal e Pogba, Tevez e Morata) dispone di un avversario di prima fascia (pur in fase calante) in modo spietato e irridente.

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L’assist di Mourinho


Fase 3

La fase 3 ha invece la sua partita-simbolo in Juve-Barça 3-0 dell’11 aprile 2017 (di nuovo quarti). Lì (ma anche nei due match di semifinale col Monaco del primo Mbappé, che ha appena eliminato il pur acerbo City del Pep), la Juve porta a un grado di sintesi/essenzialità estrema il respiro emerso nel Milan. In modo diverso da Pep, anche Max arriva a una prossimità immediata delle transizioni (difensiva e offensiva). Impressionano, cioè, la velocità e la precisione con cui la squadra può portare molti uomini (fino a 8/9) oltre o dietro la linea della palla, a seconda che sia in possesso o in non-possesso. Se la Juve pre-Berlino somiglia al «maelstrom» di Poe (a un vortice Scilla-Cariddi che attira l’avversario presso il proprio baricentro chiuso per poi «risputarlo», cioè colpirlo con ripartenze feroci), questa – che ne è l’evoluzione – può fare di più: «circondare» portatori e sostegni avversari in pochi secondi (se ne dribbli uno, te ne trovi davanti tre, ogni giocatore con facoltà di clonarsi come testa di un’Idra) e sempre in pochi secondi può aprirsi a ventaglio per colpire.

Fase 4

E arriviamo così a Manchester, 23 ottobre 2018, la fase 4. Dopo una stagione (2017-18) di sostanziale conferma dell’assetto filosofico-tattico della precedente e la «sfortunata» uscita nei quarti al Bernabeu, la squadra vede riplasmarsi ancora una volta il paesaggio, con l’ennesimo ridisegnamento della 3BC (Szczesny per Buffon, rientro di Bonucci, Barzagli sempre più «a gettone»), inserti mirati (Cancelo), e il surplus di CR7, il cui intuito spaziale-posizionale da terminale-Terminator (brand della sua maturità) è in bianconero – fatalmente – ancora in larga parte inespresso. È un paesaggio – anche grazie a una profondità di rosa unica – che fa della Juve un team ineguagliabile per il mixage ponderato di forza fisico-atletica e tecnica, capacità di corsa e di fraseggio.

L’ultimo gradino…

Ed è su questo organismo potente e plastico che Allegri sembra aver implementato l’ultimo passaggio, un software (nuovo Os o Windows 10) in grado di scalare l’ultimo gradino. Certo, allo United di martedì non mancavano attenuanti (l’indisponibilità dei vari Valencia, Fellaini, Alexis Sanchez), ingigantite dalle scelte autodistruttive di Mourinho (una per tutte: il centrale Luke Shaw a sinistra, esposto – anche per le assenze in scalata di Martial – alle discese incessanti di Cancelo/Cuadrado). Ma la Juve ha impressionato (nel primo tempo soprattutto, ma in tutta la partita) per una capacità di occupazione del terreno quasi intimidatoria, connotata da due ulteriori step concettuali e operativi: la continuità o almeno la lunga prevalenza di un atteggiamento dominante (con fasi di ripiegamento quasi solo per costrizione, a energie calanti), e – determinante nell’applicazione di quell’atteggiamento – un possesso molto più accentuato del solito, integrato anche da una maggiore mobilità individuale e collettiva) per tagli e smarcamenti. In particolare, colpivano certi movimenti e sincronismi costruttivo/offensivi (un esterno che si accentra tenendo palla mente un compagno si allarga, in modo da scompaginare la fase difensiva avversaria). Date per acquisite conoscenze difensive senza pari, specie quanto a letture sia preventive che «compensative» (con una delle folgorazioni, Mourinho ha ricordato come Bonucci e Chiellini possano al riguardo «insegnare ad Harvard») e la citata capacità di fondere in un unico respiro dinamico le transizioni negative e positive, il contrarsi/distendersi (martedì praticato con tale sincronismo da annichilire lo United, impotente a costruire/ripartire e sempre in affanno a contenere), la squadra sembra poter disporre ora anche di un elemento sistematicamente attivo: un possesso-fraseggio duttile ed elastico, mezzo ulteriore nel poter decidere «quando accelerare e quando rallentare», secondo le parole di Allegri stesso. Tra i tanti emblemi della partita di Old Trafford, ne scegliamo uno controcorrente: Alex Sandro, giocatore potente e tecnico esemplare nell’accorciare/smarcarsi, toccare di prima per «muovere la palla» o tenerla in attesa di smarcamenti, capace in definitiva di leggere spazi e tempi di una situazione in fieri.

…contro la lacuna fatale

La morale è evidente. Questa duplice acquisizione (che ovviamente attende conferme: la prima già al ritorno con un Manchester motivatissimo e assetato di punti) può suturare quella lacuna filosofico-psicologica fatale alle tante Juve di Max; quel cedimento a certi residui prudenzial-pragmatici che gli sono costati le finali di Champions (soprattutto Cardiff) e una surreale eliminazione agli ottavi 2016 (a Monaco, sconfitta per 4-2 d.t.s. contro il Bayern di Pep, terrificante parziale di 4-0 a qualificazione in pugno). Se le conferme dovessero arrivare, potrebbe realizzarsi l’«ultimo salto» a livello di risultati. Il che coinciderebbe – nello specifico – con un «ultimo salto» anche a livello estetico, anche se Max, col suo sorriso-ghigno da Joker, dovesse continuare a negare.

24 ottobre 2018 (modifica il 24 ottobre 2018 | 19:14)

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