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In questa lezione si imparerà a creare un nuovo database vuoto e a registrarlo.

A riaprirlo ed a creare una nuova tabella esaminandone tutte le possibilità.

Dal momento che da ora in avanti saremo chiamati non solo a leggere, ma soprattutto ad effettuare delle operazioni sui database occorre che ci organizziamo.

Qualora non lo abbiate già fatto per memorizzare i vari capitoli di questo corso, è bene definire una nuova cartella e chiamarla “Corso Access ’97”, in essa metteremo tutto ciò che occorre per fare le esercitazioni proposte.

A questo punto occorre aprire Access.

Per farlo, qualora sia stata creata sul desktop un’icona con il collegamento al programma (chiamata ad esempio MS Access), selezionarla battendo l’iniziale del nome (M); qualora esistano diverse applicazioni il cui nome inizia con la stessa lettera batterla ancora fino a raggiungere l’icona desiderata ed infine premere INVIO.

Se l’icona è stata associata ad un “tasto rapido” (hot key) utilizzare tale combinazione di tasti.

In caso contrario accedere al Menu “Avvio” (Start) premendo il tasto di avvio di Windows se esiste sulla tastiera utilizzata oppure con la combinazione di tasti CTRL+Esc.

Selezionare Programmi e all’interno del menu che si presenta scegliere Microsoft Access.

All’ apertura del programma si presenta sullo sfondo la finestra generale di Access che ha come titolo “Microsoft Access” , una barra dei menu con File, Modifica, Visualizza, Inserisci, Strumenti, Finestra, ? e una barra degli strumenti standard (se attivata) che contiene icone che consentono di eseguire velocemente le operazioni più frequenti.

In primo piano si apre invece una finestra che ha per titolo “Microsoft Access” e che risulta quindi quella immediatamente visibile dall’ausilio: a differenza delle usuali finestre, in questa non esiste la barra dei menu e quella degli strumenti.

Questa finestra contiene al suo interno due riquadri e due pulsanti.

Nel riquadro superiore vi sono due pulsanti di opzione (Caselle di gruppo) , il primo ha la descrizione “Database vuoto” ed il secondo “Autocomposizione database” , entrambi risultano non selezionati (non contengono un puntino nero al loro interno). Le sottolineature mostrano che il primo può essere attivato premendo ALT+D ed il secondo ALT+A.

Il riquadro in basso contiene invece un solo pulsante di opzione, che appare selezionato all’apertura, indicato come “Apri database esistente” , la sottolineatura è questa volta nella lettera E ad indicare che questa opzione può essere attivata premendo INVIO (in quanto il pulsante è già selezionato),
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oppure premendo ALT+E.

Al di sotto di questa indicazione vi è una finestra che contiene diverse righe, la prima (attualmente selezionata e quindi con la scritta in bianco su fondo blu) riporta la scritta “Altri file ” mentre al di sotto vi sono righe che individuano database già esistenti e che possono essere aperti selezionandoli.

In basso vi sono poi i due pulsanti di comando “OK” ed “Annulla”.

Esplora quanto abbiamo detto utilizzando il tuo ausilio.

Per attivare queste scelte ti consigliamo comunque di utilizzare i tasti rapidi che sono stati appena descritti.

In questo caso desideriamo creare un database vuoto per cui scegliamo ALT+D e confermiamo con il pulsante OK (raggiungibile utilizzando il tasto TAB) o premendo INVIO dato che il tasto è quello di default.

Si presenta allora una nuova finestra che invita a salvare il database e quindi il titolo della finestra è “Salva nuovo database” ; in alto vi è la scritta “Salva in” ed a fianco una finestra a scorrimento propone “documenti”; noi invece dovremo salvarlo nella cartella “Corso Access 97” nella quale dovranno essere conservati tutti i documenti e gli esercizi di questo corso.

A fianco della finestra vi sono pulsanti funzione che consentono di salire di un livello di cartelle, di scegliere fra i “preferiti”, di aggiungere qualcosa ai preferiti ecc.

Il metodo più rapido per eseguire lo stesso salvataggio consiste però nello scrivere direttamente nel campo “Nome file” l’ espressione:

Ove X è il nome del drive in cui si trova la cartella (usualmente sarà C); il programma provvede direttamente ad aggiungere a tabelle l’ estensione mdb che caratterizza i file Access.

Dopo la creazione di questo database il programma ci presenta una finestra nella quale possiamo cominciare a lavorare

Nella finestra, intitolata: Database (ove Tabelle è il nome del database appena creato) vi sono sei schede caratterizzate, come nei vecchi schedari manuali, da una linguetta in alto: la prima (selezionata in questo momento) è intestata Tabelle, la seconda Query, la terza Maschere, la quarta Report, la quinta Macro e la sesta Moduli; per passare da una linguetta all’ altra si utilizza la combinazione di tasti CTRL+TAB.

Nella parte bassa si presenta una finestra vuota in quanto non esiste nessuna tabella (in seguito vi figureranno le tabelle via via create in questo database) e alla destra vi sono uno sull’altro tre pulsanti.

Il primo dall’alto ha la scritta “Apri” e può essere attivato con la combinazione di tasti ALT+A, il secondo “Struttura” si attiva con ALT+T ed il terzo “Nuovo” può essere attivato con ALT+U; in questo momento i primi due dall’alto hanno le scritte non in nero ma in grigio, ad indicare che non sono attivi, ciò è evidente in quanto non esistendo nessuna tabella non se ne può aprire nè vedere la struttura, ma si può solamente creare una tabella nuova.
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Due papi insieme dichiarati santi è un evento già di per sé storico. Quello che è accaduto domenica 27 aprile, però, assume una valenza ancora maggiore, perché sullo sfondo della solenne (ma sobria) celebrazione in piazza San Pietro ci sarà l del Concilio ecumenico Vaticano II. Una delle prime decisioni di Francesco, all della scorsa estate, è stata quella di dare il via libera alla canonizzazione del Papa che il Concilio l aperto e di quello che usano dire gli storici l recepito e attuato.

Il Pontefice argentino ha voluto che assieme a Giovanni Paolo II, già beatificato a tempo di record nel 2011 da Benedetto XVI, fosse fatto santo anche Angelo Roncalli, benché mancasse l del miracolo canonico.

A Francesco poco interessava, l era di canonizzare pro gratia l del Vaticano II, che sovente ritorna nei discorsi del Pontefice argentino. Non è un caso che la doppia canonizzazione abbia mandato su tutte le furie i vertici della Fraternità di San Pio X, i lefebvriani. In un messaggio diffuso ai membri del gruppo che ha sede ad Econe, il superiore mons. Fellay ha scritto che questa celebrazione alla coscienza dei cattolici un duplice dilemma In che cosa consista, lo spiega subito dopo: sarà possibile proporre a tutta la chiesa come esempi di santità, da una parte l del Concilio e dall il Papa di Assisi e dei diritti dell Non solo, ma Fellay sottolinea che dilemma più grave consisterà nel dare pubblicamente una sorta di riconoscimento di autenticità cattolica senza precedenti a un tale Concilio: come sarà possibile garantire con il sigillo della santità i suoi insegnamenti che hanno ispirato tutta la condotta di Karol Wojtyla e i cui frutti nefasti sono l inequivocabile dell della chiesa? TRADIZIONALISTI IN CAMPO: E PIO XII?

Al di là della scontata e marginale posizione del gruppo scismatico fondato dal vescovo Marcel Lefebvre, anche i settori cattolici più legati al tradizionalismo non sembrano entusiasti della decisione di Francesco, soprattutto perché mentre Roncalli e Wojtyla sono stati elevati all degli altari in tempi relativamente brevi (per Giovanni XXIII l dopo una lunga gestazione, è stato accelerato negli ultimi quindici anni), non così è andata per Pio XII, l Pontefice pre conciliare.

VERSO LA BEATIFICAZIONE DI PAOLO VI

E che la direttrice sia ormai tracciata, l detto recentemente in un al Foglio anche lo storico Andrea Riccardi, il quale ha ricordato che nella mente di Francesco c anche la beatificazione di Paolo VI, colui che si trovò a gestire e chiudere l ecumenica. Ha scritto Paolo Rodari su Repubblica del 24 aprile che la canonizzazione di Roncalli molto a proposito di quale modello Francesco auspica che la chiesa segua TRA BERGOGLIO E RONCALLI

Dunque, prosegue il vaticanista, solo il trascinatore di folle che, in un mondo di conflitti planetari che chiedevano liberazioni spirituali, sociali e politiche, combatteva per trovare alla chiesa un suo spazio d ma anche il Pontefice più vicino a un sensibilità, quel pastore che diceva di volere una chiesa madre di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia, anche verso i figli da lei separati Giovanni XXIII spiegava, inoltre, la gran medicina deve essere la misericordia Chiara, dunque, l tra il Papa di Sotto il Monte e il gesuita argentino succeduto a Benedetto XVI. Cosa non quadra nel ddl CirinnàEcco chi attacca i cattoliciCompagnia San Paolo, come fluttuano i rapporti fra Chiara Appendino e Francesco Profumo a TorinoPrimarie Pd a Milano, tutte le idee di Balzani, Majorino e SalaChe succede a Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi e alle altre banche italianePrima Comunicazione racconta l editoriale Affairs di Paolo Messa

Analisi, commenti e scenariFormiche è un progetto culturale ed editoriale fondato da Paolo Messa nel 2004 ed animato da un gruppo di trentenni con passione civile e curiosità per tutto ciò che è politica, economia, geografia, ambiente e cultura.
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13 del D. Lgs. 196/2003.

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MIRADORI, Luigi, detto il Genovesino. Le scarse notizie sulle origini del M. non consentono di stabilire con esattezza la data e il luogo della sua nascita. plausibile che sia nato nel primo decennio del Seicento a . L del luogo si pu basare sul fatto che lo stesso M. era solito firmare i suoi quadri aggiungendo al nome l Risulta invece impossibile, allo stato attuale delle conoscenze, definire la sua educazione pittorica e stabilire una relazione sicura con una delle botteghe attive a in quello scorcio di secolo.

La prima notizia d risale al 1627, anno in cui il M. spos a Gerolama Venerosi, da cui ebbe una figlia di nome Caterina, morta prematuramente (Bellingeri, 2009, p. 11). Nel 1630 il nome del M. ricorre tra i cittadini tassati per le opere di fortificazione della citt dall somma della sua quota, 12 lire, si deduce che egli non aveva ancora un affermata (Alfonso). In effetti, sono solo due le opere che si possono legare al periodo genovese: il S. Sebastiano curato da s. Irene del convento cappuccino della Ss. Annunziata di Portoria e la Suonatrice di liuto di palazzo Rosso a , che in realt una variante sul tema della Vanitas.

Entrambe le opere, ancora acerbe nell chiaroscurale e nel disegno, sono interessanti per valutare le matrici culturali della sua formazione: sono infatti evidenti i debiti verso la cultura caravaggesca, introdot a da Orazio Gentileschi e Simon Vouet, e le suggestioni di artisti locali, in particolare di Giovanni Andrea De Ferrari e Bernardo Strozzi.

Nel settembre del 1632 nacque a Piacenza citt in cui il M. doveva essersi trasferito poco prima (Fiori, 1970) il secondogenito Giacomo, destinato a seguire il padre nell della pittura.

I motivi che spinsero il giovane M. a lasciare sono ancora poco chiari: forse si mosse insieme con i tanti genovesi che arrivarono in Lombardia nel 1631 dopo la cessazione della peste; oppure, segu il consiglio del mercante e letterato Bernardo Morando, che fu chiamato a guidare la filiale piacentina della ditta di famiglia e che avrebbe commissionato al M. due dipinti, oggi irreperibili: un Miracolo di s. Nicola per la chiesa di S. Nicol dei Cattanei e una pala per l di S. Franca a Pittolo (Bellingeri, 2007, p. 15).

Negli anni successivi il M. ebbe altri due figli, morti pochi giorni dopo la nascita: nel 1634 Angela Nicoletta e nel 1635 Giovanni Battista. Sempre nel 1635 il M. dovette perdere anche la moglie Gerolama, perch in settembre spos in seconde nozze Anna Maria Ferrari, figlia di un genovese (ibid., p. 67). Non rimangono sue opere documentate eseguite a Piacenza.

Solo per suggestioni stilistiche si possono datare a quegli anni due tele della Galleria nazionale di Parma, la prima raffigurante una scena di sacrificio, forse Aronne che ferma la peste, la seconda l dei magi; quest tuttavia, di collocazione cronologica tutt che sicura per la maniera pittorica preziosa e compatta che si distacca da quella pi corsiva dell degna di nota, nell la ripresa della composizione da un di Hendrick Goltzius: il ricorso alle stampe sar una costante del processo creativo del Miradori. In ogni modo il periodo piacentino fu davvero infelice per il susseguirsi delle disgrazie familiari, e poco fortunato sotto il profilo professionale, tanto che intorno al 1635 il M. si spinse a rivolgere una supplica alla duchessa di Parma e Piacenza, Margherita de Medici, per chiederle il permesso di lasciare i territori farnesiani a causa della mancanza di commissioni (Bellingeri, 2004, p. 12).

Subito dopo il M. si trasfer a Cremona, dove i documenti lo attestano residente fin dal gennaio del 1637, quando fu battezzata la figlia Felice Antonia, che fu pure pittrice (ibid., p. 41).

Sulla scelta di Cremona pu aver avuto un ruolo decisivo ancora una volta Bernardo Morando, che intratteneva contatti e interessi commerciali con questa citt

Eppure Cremona viveva in quegli anni un momento molto difficile: la peste e la crisi economica avevano falcidiato la popolazione; le campagne erano incolte, perch attraversate da truppe in guerra spagnole, francesi e sabaude. Trotti (detto il Molosso) e di A. Mainardi (detto il Chiaveghino), come Stefano Lambri e Giovan Battista Tortiroli, si distingueva il solo Pietro Martire Neri, allievo a Mantova di D. Fetti e amico di D. Vel

Per altri versi, fu proprio la mancanza di una reale concorrenza in Cremona a permettere al M. di trovare l il suo ubi consistam. Il 5 maggio 1639 il M. fece battezzare la figlia Elisabetta. Nel mese di dicembre acquist la casa dove avrebbe preso stabile residenza, situata nella contrada di S. Clemente in Gonzaga (ibid., p. 41). La sua prima opera documentata a Cremona una pala, perduta, raffigurante l dei magi, commissionata poco prima del 1639 dall Melchiorre Aimi per l dei magi nella chiesa carmelitana di S. Bartolomeo (Bellingeri, 2007, p. 16). invece ancora ben visibile la Sacra Famiglia del Museo civico di Piacenza (in deposito presso l Gazzola), firmata e datata 1639.

La tela opera di un artista ormai formato: ricordi manieristi, soprattutto nella figura della Vergine, si combinano con insistenze grafiche derivate dalle incisioni nordiche, mentre i conigli in primo piano mostrano il suo interesse per la pittura di genere.

Nel 1640 il M. dipinse una grande tela per la parrocchiale dei Ss. Filippo e Giacomo di Castelleone, la Madonna del Carmine con i ss. Maria Maddalena, Margherita, Filippo e Giacomo.

L in basso riporta la data, il nome dell e quello della committente, Margherita Clerici, vedova di Giovan Battista Bossi, che era stato segretario del magistrato straordinario di Milano.

Nel 1641 nacque un altro figlio, Angelo Maria, e altri figli videro la luce negli anni seguenti: Francesco Antonio nel 1642, Anna Maria Maddalena nel 1643, Maddalena Rosanna nel 1646, Angela Caterina nel 1649, tutti battezzati nella stessa chiesa. Nel marzo del 1642 il M. riscosse il residuo della dote della prima e della seconda moglie, per un totale di 400 ducati d In novembre diede procura alla sorella Agnese, residente a , per la riscossione di prestiti ereditati da una zia, Anna Miradori, procura rinnovata nell dell successivo (Bellingeri, 2004, pp. 41 s.).

Frattanto il M. lavorava per gli olivetani di S. Lorenzo, dipingendo nel 1642 la Nascita della Vergine, firmata, e la Decollazione di s. Paolo, firmata e datata, entrambe nel Museo civico di Cremona.

Nella Decollazione, come recita onestamente la scritta centensis inventione adulterata il M. si rifatto a una stampa del perduto Martirio di s. Barbieri), un tempo nella chiesa di S. Prospero a Reggio Emilia. Del 1642 sono anche due piccole tele del Museo del seminario vescovile di Cremona, raffiguranti la Nascita e la Morte di s. Carlo Borromeo, provenienti dalla chiesa dei Ss. Donnino e Carlo. Fa qui la sua prima comparsa una delle caratteristiche pi importanti della maniera del M.: la vena popolare, l delle atmosfere, l di retorica. Vicina a queste tele la curiosa tavoletta del Museo civico cremonese che rappresenta a monocromo un Satiro che munge una capra, gi appartenuta al conte Giambattista Biffi, uno dei primi biografi del Miradori. Sempre ai primi anni quaranta si pu datare la tela di Bucarest (Museo nazionale d l custode che indica al devoto la Trinit e le anime del purgatorio. Il rosso acceso della veste del devoto, il bianco spumoso della tunica e delle ali dell il suo viso paffutello, i bagliori infernali dello sfondo sono omaggi allo Strozzi e al suo stile giovanile, ma la sapienza del tocco e lo studio della composizione indicano una personalit pi matura; il soggetto, inoltre, fa riferimento alla Confraternita della Trinit che aveva sede nella chiesa di S. Gregorio a Cremona e il cui abito scarlatto con cappuccio era simile a quello indossato dal devoto.

Nel 1643 realizz una coppia di tele per il piacentino Pietro Mario Rosa, raffiguranti il Martirio di s. Lorenzo e la Strage degli innocenti (collezione privata), quest ispirata alla celebre incisione di Marcantonio Raimondi su disegno di Raffaello.

Dello stesso anno la Circoncisione gi Bizzi (collezione privata), dove spicca l scenario architettonico: un che sembra quasi veronesiana, ma che piuttosto rimanda ai maestri prospettici della scuola ligure, come Andrea Ansaldo (Gregori, 1990, pp. 61, 293), e che divenne una cifra usuale del suo modo di fare gli sfondi. Vicini stilisticamente alla Circoncisione sono il Martirio di s. Giovanni Damasceno (collezione privata) e la Presentazione della Vergine al tempio nella chiesa dei Ss. Marcellino e Pietro a Cremona.

Nel 1644 il M. fu pagato da Pietro Martire Ponzone haver fatto dipingere la loggia di sopra nel suo palazzo cremonese a S. Bartolomeo (Toninelli, 1997).

questa l notizia di dipinti murali del M., non pi esistenti. Allo stesso modo rimangono scarsissime le tracce della sua attivit grafica e dei suoi autoritratti, che pure sono ricordati dalle fonti settecentesche (Arisi, c. 157; Biffi, p. 264).

Il Miracolo del beato Bernardo Tolomei, dipinto per gli olivetani di S. Lorenzo a Cremona e ora nella parrocchiale di S. Siro a Soresina, non dovrebbe datarsi oltre la met del quinto decennio, facendo riferimento alla beatificazione di Bernardo avvenuta nel 1644.

qui efficace il contrasto tra le figure rossastre del primo piano, quasi caravaggesche nello sforzo del lavoro, e i tre olivetani bianchi in secondo piano: tra questi si distingue per intensit espressiva il giovane monaco a sinistra, la cui fisionomia torna identica nel Ritratto di monaco olivetano della famiglia Pueroni (collezione privata), gi ritenuto capolavoro di Francisco de Zurbar C dunque qui, e nelle altre opere cremonesi, un netto avvicinamento del M. al naturalismo spagnolo che si pu spiegare con la conoscenza diretta dei modelli iberici; i documenti e le antiche fonti attestano il rapporto del pittore con il governatore e castellano di Cremona, don de Qui che si era insediato in citt nel 1644 e che possedeva una quadreria ricca di opere dei grandi maestri spagnoli (Bellingeri, 2007, pp. 19 21).

Quando, nel 1644, un incendio devast la cappella dedicata a S. Rocco all della cattedrale cremonese, la confraternita chiese al M. di eseguire la decorazione pittorica della nuova ancona di legno e stucco, che fu ultimata nel 1646.

Il M. realizz cos nove tele dedicate alla Vita di s. Rocco, inserite nella cornice che circonda la statua lignea cinquecentesca del santo, rimasta intatta. Sono deliziosi quadretti di raffinata fattura, con i toni scuri prevalenti sulla preparazione rossa bruna, accesi da tocchi superficiali di bianco e di rosso, come nella Processione di s. Rocco o in S. Rocco che risana gli appestati, entrambi inquadrati in ampi fondali architettonici, o nel curioso S. Rocco che benedice gli animali, dove tra cammelli, struzzi e leoni compare anche un improbabile unicorno.

In quegli anni il M. fu attivo sia a Cremona sia nel circondario lombardo.

Al 1645 sono databili le tavolette con i Quattro evangelisti del Museo civico di Cremona; al 1646 la Madonna con il Bambino e s. Giuseppe tra i ss. Apollonia, Carlo, Rocco e Sebastiano della parrocchiale di Castello Cabiaglio, in provincia di Varese, in cui si affaccia il tema della peste con l di un realistico lazzaretto, e il S. Gerolamo nello studio di S. Martino a Treviglio, dipinto, secondo l per il cavaliere Giacomo Serra, oratore del Comune presso la Camera cesarea a Milano, per il quale il M. trasse ispirazione da due acqueforti del Ribera. Sempre nel 1646 il M. ritrasse Sigismondo Ponzone all di quattro anni (Cremona, Museo civico). Commissionata dal padre, il conte Nicol che avrebbe poi chiesto a Gabriele Zocchi il ritratto degli altri suoi tre figli, l smaccatamente alla Vel immerso in una luce soffusa, il bambino dalla chioma bionda e le guance morbide indossa una blusa rosa antico, che spicca sui pantaloni rossi e le calze dai risvolti dorati; con la mano destra tiene per il collare un grosso cane, con la sinistra mostra un foglio su cui si legge la scritta: che nel formarmi avesti parte prendimi hor riformato ancor dall testimonianza dell costante e arguto che il M. sapeva fare delle parole a chiosa delle immagini. La raffinatezza cromatica, i toni perfettamente calibrati, la naturalezza dell rendono merito alle capacit ritrattistiche del Miradori. Purtroppo sono pochi gli esempi certi: oltre a questo ritratto e al gi ricordato Monaco Pueroni, si conoscono il Ritratto di bambino gi Cook (collezione privata) e il Ritratto di gentiluomo del Museo di Palazzo d a Mantova, dove il protagonista, a figura intera, il volto terreo e smorto, veste uno sfarzoso abito da parata che contrasta con lo sfondo in rovina. Per lo stesso collezionismo privato che richiedeva i ritratti, il M. dipinse piccoli quadri con i soggetti pi diversi: temi devozionali come il S. Bonaventura nello studio, un olio su rame della collezione Koelliker di Milano si alternano a scene di genere, storie antiche e mitologiche ad allegorie, ma non mancano copie di opere cinquecentesche, come i Mangiatori di ricotta da Vincenzo Campi (collezione privata). Tra questi temi si distingue quello antisemita della Madre ebrea personaggio tratto dalla vita di s. Giacomo minore della Leggenda aurea, nella quale si racconta di una madre che avrebbe arrostito e mangiato il figlioletto durante l di Tito a Gerusalemme riconosciuto in due tele in collezioni private di Parma e D Notevole fortuna ebbe anche la sua interpretazione del tema della Vanitas con cupidi addormentati accanto ai simboli del tempo che scorre e della morte che incombe, come nel quadretto del Museo civico di Cremona, la cui diffusione testimoniata da repliche e stampe (Tanzi, 2001).

Al 1647 risale una delle commissioni pi importanti della carriera artistica del M.: la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, ora nel palazzo comunale di Cremona, originariamente collocata nel presbiterio della chiesa di S. Francesco, pendant del Miracolo della manna che stava dipingendo Giacomo Ferrari (1649).

Questa grande tela (477 x 764 cm) fu commissionata dal francescano Vincenzo Balconi, come ricorda l leggibile sulla targa appesa all di sinistra. Lo scopo era quello di esaltare la virt della carit e la pratica dell valori basilari della spiritualit minorita e cardini della riforma di s. Carlo Borromeo. Il miracolo ambientato all tra quinte di alberi e rocce che aprono lo spazio verso la marina dello sfondo; in primo piano a sinistra il Cristo imberbe benedice il piatto dei pani, sorretto da un fedele vestito di abiti seicenteschi; tutt c la folla degli astanti, gremita di volti plebei, dipinti con toni vivaci, scanzonati e quasi umoristici, che sembrano resuscitare l reietta dei bamboccianti; da questi poveri si differenzia, al centro, una figura classicheggiante di donna con il seno scoperto e con un bambino in braccio, la cui presenza ribadisce il concetto evangelico della carit per pi interessante il gruppo di destra, con in alto i ritratti del committente Balconi e di un ufficiale spagnolo, che potrebbe essere il governatore de Qui (per altri invece un autoritratto del M.), e in basso il gruppo splendido e umanissimo della giovane mamma con un bambino disteso sul grembo, quasi una Madonna laica e popolana. Nonostante le citazioni di precedenti illustri l di Bernardino Gatti per il refettorio del convento cremonese di S. Pietro al Po e la tela di Domenico Fetti per il refettorio del convento mantovano di S. Orsola la tela del M. si distingue per l compositiva, per la materia pittorica densa e vibrante, ancora debitrice dello Strozzi, e soprattutto per la profonda partecipazione al tema pauperistico. Per questo stesso committente e, verosimilmente, nello stesso giro di anni, il M. dipinse due tele di tema eucaristico, entrambe destinante al coro di S. Francesco: l Cena (Cremona, palazzo Comunale) e il Miracolo della mula di s. Antonio da Padova (Soresina, S. Maria del Cingaro). La prima, ambientata in una sala con bel soffitto cassettonato, deve molto alla tradizione dei cenacoli lombardi: a Leonardo per la variegata casistica di gesti, espressioni e atteggiamenti degli apostoli, a Daniele Crespi per l verticale, ristretta e un po claustrofobica. Il 24 marzo del 1647 il conte Nicol Ponzone torn a pagare il M. per una tela raffigurante S. Eusebio, gi nella sede dell degli Animosi, perduta (Bellingeri, 2004, pp. 24, 42).
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Vanessa Beecroft da anni utilizza il corpo femminile nelle sue opere (a sfondo sociale o meno). Ma non la sola. A Milano la mostra al Pac di Regina Jos Galindo sta facendo discutere, come l Milo Moire, che manda le sue modelle completamente nude in metropolitana. La lettera di un ricercatore apre il dibattito: corpi in mostra, arte o trovata di marketing? Risponde la filosofa. D LA TUA

LA LETTERA: Gentile redazione, stavo riflettendo. Anche il mio corpo e quello dei miei amici fotografati mentre si ingozzano durante una cena possono essere considerati “artistici”? Allora concordo: w l contemporanea. In realt devo confessare che Miru o la Beecroft o l dei nudi in metropolitana, o perfino Regina Jos Galindo in questi giorni in mostra al Pac di Milano, non mi esaltano per niente nonostante abbiano un significato socialmente importante. C chi dice: “A me piacciono i corpi”. Anche a me. E anche parecchio. I corpi. Punto.

Un cavallo morto in mostra a Ginevra. E vale fotografarsi nudi in spiaggia. Con onest non vedo dove stia l a parte il fatto che “molti dicono che sia arte”. O addirittura che “molti che potenzialmente sono colti e stimabili mi guardano con disgusto se non noto subito quanto arte”. Ora. da un lato non posso pretendere l della scienza (ma anche l Feyerabend avrebbe il suo da dire) ma non riesco a mandare gi il soggettivismo puro. Peggio ancora temo il “gregarismo massificante” che vale sia per Justin Bieber o Arisa. ma anche per la letteratura e l con un concetto che mi piace tantissimo. La dissonanza cognitiva. Se 10 persone a tavola sostengono che un bicchiere verde rosso e lo fanno con naturalezza. l il 25% delle volte alla fine sosterr che il bicchiere rosso. E un meccanismo sfruttato appieno dalla pubblicit e che l sia entrata in un meccanismo pubblicitario (tale per cui non il formaggio a essere pi buono ma la mia convinzione che lo sia.) non mi va gi considerando poi che viene attaccato con moralismo chi pubblica donne nude sulle riviste perch quelli sono nudi “non artistici.” c qualcosa che non va.

Sui tetti di Istanbul, in un tunnel o tra i binari, tra gli ingranaggi di una fabbrica, tra i resti di un teatro abbandonato o sul Manhattan Bridge. Il panorama varia, rimanendo sempre legato a una visione urbana, ma il corpo dell resta immutato. Il corpo in questione quello di Miru Kim e nelle sue apprezzate installazioni si incastra, completamente nudo, tra panorami notturni e paesaggi metropolitani. Miru Kim si fotografa in zone private dove l difficile o negato e dal 2004 lo fa senza abiti

LE IMMAGINI

Come se niente fosse, sale e scende completamente nuda dai vagoni della metropolitana. Non si tratta di una contestatrice del gruppo e nemmeno di una semplice contestarice. E un d dell svizzero Milo Moire, dal titolo “The script system”, obiettivo: mostrare un modo per ci che ordinario

I critici si dividono. Qualcuno dice che si tratta della nuova frontiera dell contemporanea, ma in pochi ci credono anche se l in questione, che ha scritto sul corpo della modella le indicazioni di cosa avrebbe dovuto indossare, ha tentato di spiegare: nudit diventa lo scudo contro gli stereotipi e fa diventare invisibile l intervista la filosofa Carola Barbero, esperta di estetica e linguaggi dell

L contemporanea spesso additata come “ambigua”, da Damien Hirst alle sculture viventi della Beecroft, fino a questo cavallo morto che da Ginevra sta facendo parlare in tutta Europa. Danto all degli anni Settanta,
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secondo la quale ci sono alcune propriet che un oggetto deve possedere per essere un d in particolare un d deve essere su qualcosa, necessita di un tale solo in un determinato momento storico pronto ad accoglierla (in quanto opera d espressione dello stile di un autore rende esplicite le sue intenzioni. Seguendo Danto potremmo quindi dire che se un oggetto soddisfa queste condizioni un d se no, no”.

“Come dovrebbe emergere dalla mia risposta alla domanda precedente, certo che si segue un criterio, quello che sta alla base della definizione di opera d che si considera valida. Ammesso, ovviamente, che non si pensi, come M. Weitz o N. Goodman, che non sia possibile il linea di principio fornire una definizione di opera d (vuoi perch non c un comune a tutte le opere d vuoi perch si possono soltanto chiarire i “sintomi” delle opere d ma non fornire condizioni necessarie e sufficienti affinch qualcosa sia un d scettico potrebbe sostenere che si possa dare un significato anche a una scopa buttata in mezzo a una stanza, cos e infatti con una teoria come quella di Danto potremmo dare significato, o meglio, interpretare, anche una scopa in mezzo a una stanza. Tutto dipende da quale teoria decidiamo di considerare valida nel momento in cui ci poniamo la questione”.

Quanto conta l economico nell contemporanea?

“Molto. Basti pensare al famoso aforisma di Andy Warhol denaro un Lavorare un Un buon affare il massimo di tutte le arti il fenomeno della dissonanza cognitiva per cui il giudizio soggettivo nella valutazione di un fenomeno viene condizionato in buona percentuale dal giudizio della massa. Quanto di questo fenomeno agisce sul rapporto tra individui e arte contemporanea?

“Troppo, secondo me. Non si sente quasi mai, uscendo da una mostra, qualche visitatore lamentarsi del fatto che la mostra fosse orribile e l un incapace: c sempre una sorta di timore reverenziale nei confronti del mondo dell che fa s che al limite, se la mostra non ci piaciuta, diciamo che non abbiamo capito o che era tutto bellissimo anche se non lo pensiamo. Questo succede perch pensiamo che possa sempre arrivare un critico, o anche solo uno pi esperto di noi, che ci spiega che non abbiamo apprezzato perch ad esempio, “non ne sapevamo abbastanza” (il che chiarisce perch ormai alle mostre si legga molto di pi di quanto non si guardi: cartelloni lunghissimi ci spiegano tutto per filo e per segno, e poi davanti all ci fermiamo mezzo minuto). Ma se ci lasciamo condizionare e non esprimiamo il nostro parere, non facciamo un buon servizio all cos infatti il mondo dell non mai messo in discussione,
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e il rischio quello del circolo vizioso”.

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Per Report si intende in questo contesto una stampa formattata, contenente dati provenienti da una tabella o da una query opportuna.

E’ certamente possibile stampare il contenuto di una tabella o il risultato di una query aprendoli e sceglienda “Stampa”, però in questo modo si otterrà una semplice lista non formattata, senza la scelta di tipi e dimensioni di carattere adeguati e priva di intestazione e pié di pagina.

Per procedere alla creazione del nostro primo Report come al solito per prima cosa dobbiamo aprire Access e il nostro database. Fra le linguette che vengono proposte, questa volta scegliamo Report. Poi, scegliamo Nuovo. Ci viene presentata una finestra intitolata Nuovo report. Essa è divisa in due parti. La parte a sinistra mostra e specifica ciò che può essere scelto nella parte destra. In quest’ultima parte ci sono sei possibilità:

Visualizza struttura, e a sinistra

viene specificato: crea un report senza usare l’autocomposizione;spiegazione è crea automaticamente un report sulla base dei campireport standard a colonne; la

spiegazione è crea automaticamente un report a colonne;

report standard tabellare; la

spiegazione è crea automaticamente un report in formato tabella;spiegazione è crea un report con grafico;spiegazione è crea un report formattato per la stampa su etichette.

Nella parte bassa della finestra c’è la richiesta di scegliere la tabella o la query di origine dei dati dell’oggetto, poi i pulsanti OK e Annulla.

Noi sceglieremo, tramite le frecce, Autocomposizione report. Con TAB, ci sposteremo poi all’elenco delle tabelle e query e, tramite le frecce, sceglieremo Indirizzi; infine, sempre con TAB, scegliamo OK e premiamo INVIO per confermare.

Compare la prima finestra della creazione guidata report. Essa ci invita a scegliere quali campi inserire, ricordandoci che è possibile farlo utilizzando più tabelle o query. Infatti, nella parte in cui è indicata la tabella Indirizzi è anche possibile aprire una casella elenco che contiene tutte le tabelle e query del nostro database. Come abbiamo visto nella query a campi incrociati, il resto della finestra è divisa in due parti: la parte sinistra contiene l’elenco dei campi disponibili (raggiungibile con ALT+D), quella di destra contiene i campi selezionati (raggiungibile con ALT+S). Puoi passare da una parte all’altra e tra i pulsanti usando sempre il TAB. Nella lezione precedente avevamo usato il pulsante con una sola freccia destra, che ti veniva letto Maggiore. L’altro pulsante, con due frecce a destra, serve a portare tutti i campi, e non solo quello su cui ti trovi, tra i campi selezionati. Puoi provare, se vuoi. Se premi il pulsante con la doppia freccia a destra, tutti i campi verranno spostati nell’elenco dei campi selezionati, mentre quello dei campi disponibili resterà vuoto. A questo punto vengono resi attivi altri due pulsanti:

Posizioniamoci sul cognome e, tramite il pulsante freccia destra portiamolo tra i campi selezionati. Fai così per tutti gli altri campi,
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eccetto per l’ID. Ora puoi premere AVANTI (alt+a). Ci sono anche i pulsanti Indietro (alt+I), Annulla (ESC) e Fine (alt+F).

La finestra successiva ci chiede se vogliamo aggiungere livelli di gruppo. Sono evidenziati i campi che abbiamo scelto con un pulsante con una freccia a destra attivo, mentre uno con la freccia a sinistra non selezionabile. Nella parte bassa è indicato “Priorità” con una freccia in alto e una in basso. Nella parte destra troviamo il nostro elenco di campi separati da una virgola. Noi non desideriamo aggiungere livelli di gruppo, quindi scegliamo ancora il pulsante Avanti.

La terza finestra ci chiede di scegliere il tipo di ordinamento dei record, e ci ricorda che è possibile ordinare i record in base a un massimo di quattro campi in senso crescente o decrescente. Infatti sulla sinistra ci sono quattro righe in cui è possibile inserire un campo. Nel punto in cui sei posizionato, aprendo la casella elenco, puoi scegliere Cognome. Oltre all’elenco dei campi, dopo aver aperto la casella elenco, troverai anche Nessuno, che è la prima scelta. L’ordinamento può essere effettuato sia in modo crescente che decrescente, per ognuna delle quattro righe. Puoi passare dal campo scelto al pulsante in cui puoi decidere il tipo di ordinamento, tramite TAB. Qui il tuo ausilio potrebbe esserti di scarso aiuto, ma ti dico che potrai modificare l’ordinamento scrivendo D per decrescente e C per crescente. Dato che è un pulsante, puoi modificarne il valore anche premendo Invio, ma non te lo consiglio perché potresti perdere il controllo di ciò che hai scelto. La scelta di default è crescente. Se tutto è andato bene, dovresti essere riuscito a chiedere un ordinamento crescente sul campo Cognome. Puoi ora scegliere Avanti per passare alla finestra successiva.

Essa ci chiede il tipo di layout, o formato, del report, e ci fornisce un esempio delle tre scelte possibili. Quello tabulare mostra ogni record su una riga e in alto l’intestazione di ogni colonna; quello verticale mostra i campi dei record uno sotto l’altro, e quello giustificato è un misto tra i due. Esso posiziona i campi tenendo conto delle loro dimensioni ed è fatto per contenere un record per ogni pagina. La scelta selezionata è Tabulare e a noi va bene. Puoi spostarti tra le frecce per scegliere un altro formato. Spostandoti con TAB alle prossime scelte, puoi decidere come debba essere l’orientamento rispetto al foglio. Noi scegliamo orientamento orizzontale, perché abbiamo messo molti campi. Spostati con freccia su o freccia giù per effettuare la scelta. Usa ancora TAB per controllare che sia attiva la casella “regola la larghezza dei campi per includerli tutti in una pagina”. A questo punto puoi selezionare Avanti.

Ci compare un’altra finestra in cui possiamo scegliere il nome da assegnare al nostro report. Quello proposto da Access è Indirizzi, come il nome della tabella di partenza. Dato che report e tabelle sono visualizzate in momenti diversi, non abbiamo nessun problema ad accettarlo.

Con questa informazione siamo arrivati alla fine della creazione: infatti, se usi TAB per esplorare la finestra, vedrai che è possibile visualizzare il report oppure modificarne la struttura. Usa freccia su o freccia giù per attivare l’una o l’altra delle due scelte, che possono anche essere richiamate rispettivamente con ALT+V e ALT+M. La modifica si rivela utile qualora ci sia qualcosa di sbagliato nel risultato, ma la scelta di default è visualizza report. Se usi ancora TAB, noterai che la casella “visualizza guida del report” è disattivata. Puoi richiamarla con ALT+G. Ora possiamo solo usare i pulsanti Indietro e Fine. Richiamiamo quest’ultimo con ALT+F.

A questo punto compare il nostro report che è così fatto: a sinistra in alto, scritto in grande, c’è il titolo, Indirizzi. Poi sono indicati i nomi dei campi. La distanza tra ognuno di essi è stata scelta dal programma e dipende sia dalla lunghezza dell’intestazione che del contenuto. Subito sotto le intestazioni c’è una riga blù abbastanza intensa, e poi tutti i record, ognuno su una riga.
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A Belgrado dove mi trovavo fino a ieri per la di giornalismo scientifico dei balcani organizzata dall (in compagnia della mia vicina di blog Claudia Di Giorgio) l pubblicata da Science (qui la sintesi di Repubblica) sugli studi scientifici del tutto inventati che escono su riviste facenti parte del circuito open access, è ovviamente la notizia del giorno. I colleghi presenti, in particolare quelli provenienti dai paesi anglosassoni e dalla Germania, hanno guadagnato con i loro articoli su questa storia la prima pagina dei loro quotidiani (il che non è frequente per un giornalista scientifico persino a quelle latitudini).

Invece in Italia l è stato rapidamente liquidato come una questione per addetti ai lavori, oppure come l dimostrazione che del marcio (siamo o non siamo un popolo di complottisti?). A me pare importante spiegare a tutti come funziona oggi la produzione scientifica e quindi tutto ciò che ne consegue: possibili applicazioni delle scoperte ma anche valutazioni della qualità di uno scienziato e, infine, l sistema di fiducia che dovrebbe essere garantito alla scienza e di cui abbiamo già parlato il questo blog.

Quando un ricercatore scopre qualcosa, lo rende pubblico all della comunità scientifica (e non solo, perché alcune scoperte arrivano sui giornali grazie al lavoro dei giornalisti). Per fare questo scrive un articolo e lo manda alle riviste di settore. Esiste una classifica delle riviste sulla base della loro importanza per la comunità scientifica di riferimento: quindi più interessante e innovativa è la scoperta, maggiori sono le possibilità che venga pubblicata su una rivista importante.

Prima di accettare uno studio, la rivista sottopone la bozza a due o tre esperti dello stesso settore che, in modo del tutto gratuito e anonimo, dovrebbero fare le pulci alla pubblicazione, verifi l e infine decidere se è accettabile o meno. Passate le forche caudine di questo processo chiamato peer review, o revisione tra pari, lo studio viene pubblicato.

Chi lo ? Tutti coloro che sono abbonati, per lo più attraverso la loro università, alla rivista scientifica in questione.

Le riviste sono di proprietà di grandi gruppi editoriali, come Science stesso. Il modello di business si basa sugli abbonamenti: lo scienziato non paga, il revisore non viene pagato, l mantiene la struttura editoriale e distribuisce le riviste grazie ai soldi degli abbonati.

Ma col tempo, e soprattutto con il proliferare del numero di riviste scientifiche, è diventato quasi impossibile per le università e le biblioteche mantenere attivi gli abbonamenti, che sono davvero dispendiosi.

Non solo: l a pagamento alle conoscenze scientifiche è considerato da molti alla stessa stregua del divide ovvero qualcosa che permetterà ai ricchi di diventare sempre più ricchi (perché l è ricchezza) e ai poveri di diventare sempre più poveri (perché l è povertà). nato così il modello dell access: riviste scientifiche digitali, disponibili gratuitamente sul web, che garantiscono lo stesso processo di revisione e di selezione di ciò che è ben fatto nella scienza. Chi paga? In questo caso è lo scienziato, che ha interesse a pubblicare perché da questo dipende la sua carriera, ma che dall access ottiene anche un secondo vantaggio: essendo gratuite, queste riviste stanno diventando sempre più importanti nella delle riviste influenti, dato che tutti possono rne il contenuto e, se lavorano nello stesso campo, citarle in bibliografia (il che ne fa aumentare l nel ranking delle riviste scientifiche di pregio).

Vediamo ora che cosa ha fatto esattamente John Bohannon. Il giornalista di Science ha mandato a oltre 300 riviste open access un articolo inventato, contenente anche diversi errori marchiani, ottenendo ben 157 approvazioni. Ha anche seguito il destino dei soldi versati, scoprendo che spesso finiscono in Paesi come la Nigeria o il Pakistan, anche se la rivista si chiama Journal of Quindi se ne deduce che il meccanismo di controllo e di filtro, la revisione tra pari, non funziona più tanto bene, almeno nel modello open access, in cui la rivista ha ovviamente interesse ad accettare il lavoro perché viene pagata dall cose, come sa chi fa scienza, non sono così semplici: una rivista open access che pubblica fuffa non salirà mai in graduatoria, quindi quelle che riempiono il loro di lavori scadenti finiranno col dopo aver ragranellato un po di denaro. Il punto, però,
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è che le riviste con abbonamento non sono affatto esenti da errori e da valutazioni sommarie, come dimostra un collega giornalista, Ivan Oransky, che da alcuni anni pubblica un interessante blog dal titolo Retraction Watch in cui dà conto di tutti i lavori scientifici ritirati dopo la pubblicazione per via di magagne di diverso genere (comprese, seppure in netta minoranza, le frodi scientifiche o gli studi con disegni sperimentali sbagliati a priori).

Dal punto di vista sociale, la questione è un negli ultimi 50 anni la quantità di informazioni che vengono dalla ricerca scientifica è aumentata in modo esponenziale fino a diventare sinceramente ingovernabile. Persino un superesperto non riesce più a seguire tutto ciò che si pubblica nel proprio ambito. Si potrebbe dire: fantastico, vuol dire che stiamo procedendo nella conoscenza! Non è esattamente così: esistono molte ricerche che sono ripetizioni di altre già pubblicate (il che è importante come conferma, ma quando diventa troppo frequente è lavoro inutile), altre di scarso interesse o ricaduta e così via. C insomma, un gran rumore di fondo, dal quale è sempre più difficile far emergere il dato significativo. Come ho detto prima, finché gli scienziati verranno valutati solo sulla base di ciò che pubblicano (e, sinceramente, finora nessuno ha trovato un metodo più efficace benché se ne discuta da tempo), tutti saranno spinti a scrivere più lavori possibili, un fenomeno che gli americani hanno chiamato or perish ovvero o muori e che determina la vita di chiunque abbia ambizioni accademiche.

Per tornare a Bohannon, ha fatto benissimo a fare la sua inchiesta, anche se meglio avrebbe fatto a sottoporre allo stesso test anche le riviste su abbonamento: sparare contro il modello open acces, che comunque è più dell non serve, dal momento che abbiamo sempre meno soldi da investire nelle nostre biblioteche. Il rischio è che gli scienziati finiscano col pubblicare un sacco di lavori che nessuno . evidente, però, che la comunità scientifica deve interrogarsi sul proprio modo di fare scienza e che, come hanno detto i vari esperti riuniti a Belgrado, il ruolo di da guardia della stampa specializzata (che può mettere in luce i migliori e additare i peggiori, come sta cercando di fare negli ultimi anni) sta diventando sempre più importante.

Tag: Bohannon, ricerca, riviste scientifiche

Scritto in Bufale, , Politica, Scienza, progetti di ricerca 27 Commenti

Giampiero Barbieri 7 ottobre 2013 alle 13:34

per il sito in oggetto, che si pone mediamente al livello di un diplomato vivace, è stato necessario accedere a molto materiale scientifico una trentina di euro per un articolo di poche pagine di cui non sei certo che sarà davvero utile ai tuoi scopi è davvero insostenibile per la divulgazione no profit in questo senso access è il benvenuto e la tara sulla affidabilità del contenuto la faccio in prima persona, dove sono in grado ricercatore non dovrebbe essere schiavo del pubblicare, ma non saprei neanche pensare ad una soluzione su questo aspetto qualcosa non va, più che regole ci vorrebbero ricercatori deontologicamente seri utopia

Alessio 7 ottobre 2013 alle 15:50

Grazie Daniela per questa delucidazione a cui farò riferimento, al bar ho già sentito qualcuno posso pubblicare anche io basta che pago tutti che non è così però l access è una gran cosa. Quanti sbattimenti per avere articoli datati e introvabili perchè dietro a riviste ad abbonamento (anche parziale).

L access è una bella cosa, a parte i costi, ma i $$$ purtroppo da qualche parte devono arrivare. Ma volevo chiederle: di solito vado su PUBMED (o PMC per gli articoli) così posso re qualcosa senza dissanguarmi. Come si collocano queste iniziative pubbliche? Aiutano o danneggiano l scientifica?

Certo che provando a fare qualche ricerca su PMC viene a volte da chiedersi quanti di quegli articoli abbiano un senso e utilità solo per gli estensori o gli editori.

Mi sa che per noi poveri profani curiosi c solo da sperare in GOOGLE.

zoomx 8 ottobre 2013 alle 10:08

Da un po di tempo si sta diffondendo il principio secondo cui i risultati e le pubblicazioni di ricerche effettuate con fondi pubblici devono essere pubbliche.

In Italia ci dovrebbe essere una apposta, approvata quest che sancisce questo principio. Bisognerà vedere se sarà applicata.

Per ovviare al problema della proprietà del lavoro sembra che l rimanga proprietario del manoscritto non editato (la bozza già rivista dai revisori) mentre quello editato e pubblicato, che contiene le stesse cose ma è editato nel formato rivista (ad esempio è incolonnato su 2 colonne) è di proprietà dell

Poi c Arxiv (per Matematica e Fisica) ma non ha un sistema peer review come quello delle riviste, sebbene ci siano bozze di articoli importanti.

Ricordo poi che dopo la pubblicazione è sempre possibile che un articolo venga smentito o sbugiardato successivamente o che vengano trovati errori sfuggiti ai revisori.
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Quella di Gianluca Maffeis è una storia vera. Una storia che ha una data e un luogo d’inizio (18 marzo 2016 da Osio Sotto, Bergamo) e per ora non ha fine. A 25 anni Gianluca ha lasciato tutto per fare il giro del mondo in solitaria senza mai mettere piede su un aereo. Ha detto addio a un posto di lavoro fisso nella ristorazione, ha baciato la fidanzata e salutato parenti e amici. Poi via. Zaino in spalla, smartphone in mano e tragitto ben chiaro in mente: Gianluca ha iniziato così la sua sfida personale, chiamata “Operazione giro del mondo”.

Da quel marzo 2016 sono passati 705 giorni e tutti sono raccontati su un’apposita pagina Facebook, strabordante di foto e video. Con pochi clic si scopre il giovane bergamasco sull’Annapurna, in Nepal, e poi in Nuova Zelanda, quindi in Canada. Lo si vede immerso in acque calde o bardato per difendersi da vento e pioggia. Lo si guarda mescolarsi tra le popolazioni locali, lo si vede spaesato in mercantili durante spostamenti transoceanici. Dall’Australia al Canada ha viaggiato per 25 giorni su un cargo. Chiudete gli occhi e provate a pensare: girare il mondo senza meta, senza un mezzo di trasporto prenotato, senza un appoggio fisso e spesso anche senza la Rete per restare in contatto col mondo. Chiamasi impresa, delicato mix di coraggio e incoscienza. “Questo è l’avverarsi di un sogno spiega Gianluca Maffeis a Tgcom24 che ho coltivato per nove anni. In quegli anni ho messo da parte circa 200 euro al mese. Così mi sono creato un budget piuttosto importante che sto utilizzando quasi interamente. Ho pensato alle mie passioni e ora vivo giorno per giorno”.

Ad oggi Maffeis è in Nordamerica dopo aver iniziato con il cammino di Santiago de Compostela, esser arrivato in Russia, aver visto la Cina, l’India e tutta l’Asia, anche quella sconosciuta. Quindi Australia, Nuova Zelanda e Canada.

Non scomodiamo Marzullo, ma la domanda sorge spontanea: perché lo fai?

“Ho fame di esperienze, di culture, di storie, di realtà differenti, di cucine diverse. Tutto ciò che è diverso e nuovo mi attira, mi attira tanto. Il viaggio zaino in spalla ti apre la mente e il cuore, ti dà un senso di libertà indescrivibile. Per come la vedo io ti porta ad essere una persona migliore perché ti leva pregiudizi stupidi e inutili che molto spesso si hanno per via della paura di ciò che è “diverso” o magari per disinformazione”.

Hai registrato tutto chilometro dopo chilometro: riesci a riassumere il giro del mondo tappa dopo tappa?

“Come prima tappa ho scelto di fare il Cammino di Santiago de Compostela, un pellegrinaggio di quasi 900 km durato poco più di un mese, iniziato sui Pirenei e terminato a Finisterre, sull’Oceano atlantico. Dopodiché mi sono diretto in Portogallo, dove, nel punto più a sud ovest d’Europa (Cabo so Vicente), è iniziato il mio viaggio per raggiungere il tetto d’Europa, Capo nord, nella Lapponia norvegese. Per arrivare in quel punto ho attraversato mezza Europa, il tutto con i mezzi pubblici e riuscendo anche a fare una piccola parentesi sulle minuscole Isole Fr er. Sono riuscito a vedere per ben due volte il sole di mezzanotte a Capo Nord. Lasciata la Norvegia sono andato in Finlandia e poi nelle repubbliche baltiche, che sono state la mia porta d’accesso verso la Russia. A Mosca ho preso la Transiberiana, che mi ha portato fino in Siberia.

Da lì sono entrato in Asia attraverso la Transmongolica che mi ha portato nella capitale della Mongolia (Ulan Bator) e sempre attraverso un treno di lunga percorrenza ho raggiunto Pechino. Cina, Nepal, India, Myanmar sono stati i Paesi visitati nel preciso ordine prima dell’ingresso nel sud est asiatico. Ho iniziato dalla Thailandia, poi Cambogia, Vietnam, Laos, Malesia per terminare a Singapore, Stato nella quale ho avuto la possibilità di salire a bordo di una nave cargo diretta in Australia. Attraversare da ovest a est l’Australia in scooter è stata un’emozione a dir poco indescrivibile! Invece ho raggiunto l’America attraverso un altro cargo partito da Sydney. Circa quattro settimane di navigazione nella quale abbiamo solo fatto una breve sosta in Nuova Zelanda. La traversata del Pacifico è terminata a Oakland in California. C’è stata una “toccata e fuga” in Alaska per vedere l’aurora boreale prima del viaggio in Canada nel quale con un bus ho viaggiato da Vancouver fino a Montreal. Il rientro negli Usa è stato dedicato alla costa Est: New York, Boston, Chicago, Philadelphia, Washington DC e pure Miami. Ora sto ritornando in California con il treno che taglia gli Usa da est a ovest e per le prossime settimane visiterò Nevada, Utah, Arizona e California”.

Senza meta prestabilita e lontano da aeroporti avrai storie da raccontare per anni

“Le storie più interessanti arrivano dall’Asia. India durante il viaggio in nave che mi ha riportato sulla terraferma dopo l’esperienza sulle paradisiache Isole Andamane mi sono ritrovato ad essere l’unico passeggero straniero in mezzo a centinaia di persone locali, quasi tutti contadini. Tutto normale se non fosse che la stragrande maggioranza di loro non aveva mai avuto un contatto ravvicinato con una persona di nazionalità differente. gente mi fissava, mi seguiva nei miei spostamenti sulla nave, mi filmava e commentava ogni mio singolo gesto. Già il fatto di sedersi per un po’ vicino a me o di scambiare un saluto dava felicità a tutti. Durante i pasti tutti volevano vedere come me la cavavo nel mangiare le loro pietanze come le mani e, nonostante avessi in tasca forchetta e coltello, facevo come loro perché vedevo che apprezzavano il mio sforzo d’integrazione e di rispetto verso il loro modo di fare.

In Laos invece mi piaceva tantissimo noleggiare un mezzo per uscire dalle zone battute dai turisti. Non lo facevo per raggiungere attrazioni particolari, ma per poter finire in villaggi di campagna e vedere come si svolgeva lì la vita quotidiana. Più di una volta mi è capitato di essere circondato da bambini incuriositi dalla mia barba e dai tatuaggi. Si avvicinavano piano piano fino ad arrivare a toccarmi le parti tatuate del corpo, e alcuni di loro dopo aver fatto questa cosa scappavano di corsa. Altri urlavano e altri ancora continuavano con il dito seguendo le linee.

In Mongolia, quando ero ospite nelle gher (tende mongole) nel deserto ricordo che per combattere le temperature rigide della notte bruciavamo nella piccola stufa nella tenda gli escrementi secchi di cammello che andavano quindi a sopperire l’assenza di legna”.

E tutto questo viene raccontato sulla tua pagina Facebook, sui social e sul blog. Suona come un contrasto.

“Sui social network ho pubblicato davvero tanto di questa mia esperienza. Su Facebook e Instagram cerco ogni giorno di condividere quello che faccio attraverso una foto o una clip. Uno dei miei intenti è spronare la gente a fare esperienze e a mettere fuori la testa dal paesello. Sporadicamente faccio anche video di svariati minuti mostrando passo per passo le zone di particolare interesse. Riprendo anche i luoghi in cui alloggio per far vedere le guesthouse e per dare qualche consiglio a chi vuole viaggiare spendendo il meno possibile”.

Niente aereo, come mai?

“Mi muovo principalmente con mezzi pubblici economici e possibilmente notturni sulle lunghe tratte, in modo da risparmiare sull’alloggio. Non usando aerei mi sono ritrovato su ogni tipo di mezzo possibile e immaginabile. La maggior parte degli spostamenti comunque diciamo che è stata fatta tramite bus. Russia, Mongolia, Cina e India le ho fatte molto in treno. Gli oceani invece li ho attraversati sulle navi cargo”.

Lo zaino sarà stata la tua casa in questi quasi settecento giorni di viaggio

“Il mio zaino pesa circa 16 chili. Ho poche cose ma di qualità. Mi riferisco a indumenti tecnici che si lavano e asciugano in pochissimo tempo, pesano e occupano pochissimo spazio. Sono versatili. Ho quasi un cambio per ogni capo salvo per le cose un po’ particolari. Ho anche una piccola tenda monoposto e sacco a pelo, per campeggiare qualora avessi possibilità (in Australia l’ho usata tantissimo). Un buon 25% invece è dedicato all’attrezzatura tecnologica: quindi pc, fotocamere, batterie, cavi e tutti gli attrezzi per questo genere di cose. Ho anche un kit di emergenza che mi permette di medicarmi in caso di ferite”.

Realizzare un sogno è stato senza dubbio pericoloso e difficile: entrare con un visto in mano in alcuni Paesi è arduo, entrare come fai tu ancor di più.

“Gli intoppi burocratici alle frontiere ci sono stati e sono una delle cose più snervanti in assoluto. In Asia per ottenere dei visti d’ingresso ho dovuto fare salti mortali, dedicare giorni alla preparazione dei fogli da compilare senza un minimo margine d’errore altrimenti la richiesta veniva respinta. Tra i più difficili di tutti senza dubbio quello cinese, per la Russia e per il Myanmar visto che venivo dall’India e ho dovuto fare permessi speciali per superare quel confine sperduto. Tutto cambia in meglio se il viaggio viene fatto per via aerea”.

Siamo a 705 giorni, ti sei posto un obiettivo?

“Il viaggio una data di scadenza non ce l’ha. Per come viaggio io, il budget mi consente di restare in giro per circa 1200/1250 giorni. Ma magari se sarò più bravo riuscirò a potermi permettere qualcosa di più. Il giro del mondo finirà esattamente dal punto in cui è iniziato, cioè dal mio paese Osio Sotto. In base al tempo in Africa deciderò se concludere questo viaggio facendo ciò che ho fatto appena partito, ossia il Cammino di Santiago de Compostela. Oppure concludere scoprendo l’Est Europa, una zona che ho visto davvero poco”.

Non voglio interrompere il tuo sogno, ma cosa ti aspetta quando tornerai in Italia, a Osio Sotto?

“Avendo ancora così tanti giorni di viaggio davanti a me ti confesso che non ho ancora pensato in maniera seria a cosa farò una volta conclusa questa esperienza. C’è una voglia forte di scoprire in maniera ancora più approfondita l’Italia. Il nostro Paese ho avuto già la fortuna di visitarlo bene, ma confesso che vorrei poterlo girare ancora. Magari più lentamente e con la sola forza delle mie gambe.

Riguardo al lavoro penso che una volta che terminerò il budget proverò a fare esperienze lavorative all’estero alternando fasi di viaggio e fasi di lavoro”.
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Der Confed Cup steht vor der Tr und am Montag, 19. Juni 2017 kommt es in der Gruppe B zum Showdown zwischen Australien und Weltmeister Deutschland. Die Mannschaft aus Down Under geht als krasser Auenseiter in dieses Spiel. Fr die Jungs von Jogi Lw wird es eine Standortbestimmung.

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Wo kann ich die Begegnung zwischen Australien und Deutschland sehen? Das Auftaktspiel der deutschen Nationalmannschaft beim Confed Cup wird LIVE auf ZDFbertragen. Um 17 Uhr rollt der Ball.

Aufstellung: So spielt DeutschlandDeutschland:12 Leno 18 Kimmich, 2 Mustafi, 16 Rdiger, 3 Hector 8 Goretzka, 21 Rudy 20 Brandt, 7 Draxler 13 Stindl, 9 WagnerUnsere heutige Startelf: Leno Mustafi, Hector, Draxler , Goretzka, Wagner,
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Stindl, Rdiger, Kimmich, Brandt, Rudy. Juni 2017

Statistik: Die Opta Fakten zum SpielDeutschland und Australien spielten bisher fnfmal gegeinander. Der 42 Jhrige ist einer der besten Schiedsrichter der USA und bt sein Amt seit 1988 aus. Bei der WM 2014 kam er bei drei Partien zum Einsatz und leitete unter anderem das Achtelfinale zwischen Frankreich und Nigeria.

Worum geht es fr die beiden Mannschaften? Auf dem Papier ist dieses Spiel eine klare Angelegenheit: Deutschland geht als haushoher Favorit in die Begegnung. Als amtierender Weltmeister will man sich gegen eine Mannschaft wie Australien keine Ble geben.

Darber hinaus sind die Jungs von Joachim Lw hei auf den Titel beim Confed Cup. Da der Trainer auf viele neue Spieler bei dem Turnier setzen wird, bleibt abzuwarten, wie sie harmonieren.

Australien hofft auf Abstimmungsschwierigkeiten bei der deutschen Mannschaft und auf einen eigenen Sahnetag. Nur so knnte es zu einer berraschung am ersten Spieltag der Gruppe B kommen.

Das letzte Duell der beiden Mannschaften datiert vom 25. Mrz 2015. Der Mittelfeldspieler gehrt zum Kader von Manchester City, hat jedoch noch nie ein Spiel fr die Mannschaft von Pep Guardiola absolviert. In der vergangenen Saison schaffte er unter Trainer David Wagner mit Huddersfield den Aufstieg in die Premier League. Angeblich steht Mooy kurz vor einerfesten Verpflichtungbei Huddersfield und er wird nicht billig. Laut englischen Medienberichten wird der Australier mit einer Ablsesumme von zehn Millionen Euro zum Rekordtransfer des Klubs.

Im deutschen Kader sind einige Neulinge dabei. Hier gilt es fr die erfahreneren Spieler wie Julian Draxler, Sebastian Rudy, Joshua Kimmich und Jonas Hector, das Heft in die Hand zu nehmen und fr Ordnung zu sorgen. Man darf gespannt darauf sein, wie sich Spieler wie Sandro Wagner, Niklas Sle oder Kerem Demirbay sich in dieser Mannschaft zurecht finden werden.

Wer sind die Rekord Torschtzen? Bei Australien ist der Rekordmann ein bekannter Name: Tim Cahill. Der Angreifer brachte es bei den Socceroos auf 48 Tore in 96 Lnderspielen. Cahill verbrachte viele Jahre seiner Karriere in der englischen Premier League beim FC Everton und ist auch beim Confed Cup dabei.

Der Rekord Torschtze in der DFB Auswahl ist Miroslav Klose,
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der nach der erfolgreichen Weltmeisterschaft 2014 seinen Rcktritt erklrte. In 137 Lnderspielen erzielte er 71 Tore.

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Wer sind die Trainer der beiden Mannschaften? Die Nationalmannschaft Australiens wird vom GriechenAnge Postecoglou trainiert. Seit Oktober 2013 schwingt er das Zepter bei den Ozeaniern und gewann mit ihnen in der Saison 2014/15 die Asienmeisterschaft.

Auf der deutschen Seite arbeitet seit 2004 Joachim Lw. Zu Beginn seiner Karriere beim DFB war er Co Trainer unter Jrgen Klinsmann. Nach der WM 2006 und dem Rcktritt Klinsmanns stieg er anschlieend zum Bundestrainer auf. Unter seiner Regie gewann die deutsche Mannschaft die Weltmeisterschaft 2014 in Brasilien.

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(di Patrizia Vacalebri) Una biglietteria vintage con cassiera accoglie gli ospiti all’ingresso di Palazzo della Civiltà. Il ticket è per Fendi Cinema, 64 poltroncine in velluto rosso complete di abatjour, dove si proietta il corto “Making Dreams: Fendi and the Cinema” di Antonio Monfreda e Patrick Kinmonth, prodotto da Fendi in collaborazione con Cinecittà Studios, girato in notturna all’interno dei celebri studi romani con la sola presenza delle pellicce Fendi protagoniste di film cult. E’ solo uno dei set interattivi che danno la possibilità allo spettatore d’inserirsi attraverso giochi di proiezioni o di specchi, negli allestimenti della mostra “Fendi Studios”, omaggio al mondo del cinema da parte della maison romana (27 ottobre 25 marzo 2018) che ha dato vita al 26 ottobre a Palazzo della Civiltà alla Festa del Cinema di Roma, con party ad alto contenuto di star del grande schermo, da Rosamund Pike (protagonista di “Hostiles” che apre il festival) al premio Oscar Christophe Waltz, e di autorità che vanno dal ministro Dario Franceschini alla presidente della Fondazione del Cinema di Roma Piera Detassis.

“Il cinema è sempre stato importante nella nostra famiglia spiega Silvia Venturini Fendi, direttore creativo delle linee accessori, uomo e bambino della griffe e nella nostra azienda. La maison ha un rapporto stretto con Cinecittà. Le sorelle Fendi hanno collaborato a progetti che oggi possono essere considerati rivoluzionari, collaborando con costumisti del calibro di Piero Tosi e Milena Canonero. Abbiamo lavorato con i più importanti registi, da Luchino Visconti a Wes Anderson, da Martin Scorsese a Giuseppe Tornatore, e siamo intenzionati a continuare”.

“Così è nata l’idea di riunire questi film in un’unica esposizione spiega Pietro Beccari ceo di Fendi . Lo stesso Palazzo della Civiltà Italiana è legato al cinema poiché è stato negli anni teatro di film iconici come Boccaccio ’70, Titus e Zoolander II”. “Le mostre qui sono andate molto bene prosegue quella sull’artigianato ha avuto 55mila visitatori, 42mila per Penone. Abbiamo bonificato la zona e oggi pullman pieni di turisti si fanno portare in visita qui”.

Sulle voci di una sua uscita da Fendi per passare a Dior, che fa parte sempre del Gruppo Vuitton, Beccari glissa e preferisce parlare piuttosto dei successi ottenuti da Fendi: “a dicembre 2016 annuncia abbiamo superato un miliardo di euro di fatturato”. La mostra apre con Easy Rider: uno sfondo verde e un’automobile spider vintage dov’è possibile salire e fare foto, fanno da teatro alle pellicce indossate da Madonna in Evita, da Tilda Swinton ed Edward Norton in Grand Budapest Hotel, da Barbara Carrera in Mai dire mai e da Rebecca Romijn in Femme Fatale. Nel set A Room with a View, il pubblico viene proiettato, grazie a un gioco di specchi, all’interno di un edificio newyorchese, sui set di film ambientati nella città come Blue Jasmine con Cate Blanchett, o L’età dell’innocenza con Michelle Pfeiffer. In Adventures in Tenenbaumland, un corridoio di specchi fa da fondo alla proiezione di una scena del film I Tenenbaum con Gwyneth Paltrow in visone gold targato Fendi.
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