Apollo 7: 50 anni fa il primo ammutinamento nello Spazio


La definirono un’impresa riuscita “al 101 per cento“. Quella dell’Apollo 7 fu la prima missione spaziale con equipaggio del Programma Apollo – dopo l’incendio nella capsula che, durante un’esercitazione 21 mesi prima, era costato la vita ai membri dell’Apollo 1. Fu la prima a testare gli equipaggiamenti che avrebbero portato l’uomo sulla Luna, la prima con tre astronauti americani, la prima a prevedere una diretta TV e trasmettere alla Terra immagini dallo Spazio. Dato interessante, fu anche la prima a vedere una sorta di (piccolo) ammutinamento a bordo, anzi, i tentativi di ribellarsi ad alcuni comandi impartiti da Houston furono due, ma almeno in un caso si giunse a un compromesso.

 

Obiettivi. La missione della durata di 11 giorni servì a testare le capacità di rendimento della navicella e dell’equipaggio, nonché a simulare alcune manovre di rendezvous della navicella con l’ultimo stadio del razzo Saturn: una prova generale delle capacità di avvicinamento tra il modulo lunare e la navicella (qui la timeline delle operazioni).

 


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L’ultimo stadio del razzo Saturn IB visto da uno degli oblò dell’Apollo 7, durante le manovre di rendezvous. | foto AS07-03-1521, scansione di Ed Hengeveld

Condizioni difficili. Gli esperimenti in programma andarono come previsto e, anzi, ne furono condotti alcuni in più. Ma a 15 ore dal lancio il comandante Walter Schirra iniziò a manifestare i sintomi di un brutto raffreddore, seguito ben presto dai due colleghi, Don F. Eisele e Walter Cunningham. In gravità ridotta, i sintomi di un raffreddore risultano ancora più fastidiosi, perché il muco non è libero di fluire ed è difficile trovare sollievo. A peggiorare le cose c’erano i pasti non proprio esaltanti, lo spazio angusto e il sistema di smaltimento liquami con sacchetti “perfezionabili” che lasciavano fuoriuscire cattivo odore. In 11 giorni, i tre astronauti li utilizzarono in tutto solo 12 volte.

 

Siete in onda! Un primo problema sorse quando nella fittissima agenda dell’equipaggio si volle inserire un momento per la prima diretta televisiva. Schirra, raffreddato e impegnato con i test, avrebbe voluto rimandare fino al termine degli esperimenti, per non rischiare di distrarre gli astronauti, ma alla fine il controllo di Terra ebbe la meglio.

 


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Walter Schirra impegnato in una delle manovre di avvicinamento, il nono giorno di missione. | Wikimedia Commons

Il male minore? Ma il diverbio peggiore arrivò in seguito, per la questione dei caschi. Molto prima della preparazione per le fasi di rientro, l’equipaggio iniziò a insistere sul fatto che avrebbe compiuto l’atterraggio senza il casco (un nuovo modello senza visore), che avrebbe impedito ai tre di soffiarsi il naso. Schirra temeva che, con la pressione crescente e in assenza di gravità, l’accumulo di muco potesse danneggiare i timpani degli astronauti. Il centro di comando si mostrò fortemente in disaccordo: se ci fosse stata una perdita di pressione – come sarebbe poi avvenuto quattro anni più tardi, con la Soyuz 11 – gli astronauti sarebbero morti. Alla fine però Schirra ebbe la meglio e il rientro avvenne senza caschi.

 

Come andò a finire. L’insubordinazione non passò inosservata: nessuno dei tre tornò più nello Spazio. Ma grazie a questi primi scontri e a quelli successivi nello Skylab, la Nasa cominciò a interessarsi alla questione psicologica delle missioni spaziali, e a prevedere supporto per i possibili disagi manifestati a bordo.

 


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