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Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi. La citazione del poetam venuta facile, perché quelli che sono nel nostro giro (enomondo, l chiamato) li conosciamo e un po ci somigliano, è il catalogo umanoche si trova nel quartierino: alle fiere, in cantina, sul uebbe, ci sono sempre questi qua.

La lista manco a dirlo è incompleta, le liste devono essere incomplete sennò che hanno messoa fare il form per i commenti? Enjoy (toh, ho fatto un citazione).

Il nabbo. (Che è un di newbie, novellino). arrivato da poco nel giro ma sospetta che ci si diverta parecchio, ed è destinato, a seconda dei casi, a diventare uno degli altri descritti qui sotto. Ancora non ci capisce molto e difatti legge i blog.

Il sommelier di successo. Vorremmo tutti essere come lui: guadagna una fortunacol suo mestiere di roteatore di calici. Può essere giornalista, brand ambassador, consulente, direttore commerciale, o tutte queste cose assieme. Per il resto è quasi sempre uno in gamba.

Il sommelier sfigato. Ha fatto ogni corso possibile, gira sempre in divisa o perlomeno con la spilla, ma se gli va bene fa qualche servizio alla fiera del porcello lesso e prende tra 50 e 100 euro a servizio, in nero. Detesta la parola perché evoca altro. Sul vino dice volentieri minchiate clamorose, non ci capisce moltissimo ma nessuno osa contraddirlo, perché è in divisa.

La cariatide. Ha tenuto a battesimo Veronelli. Era fidanzato con la nonna di Soldati. Ha messo a dimora le barbatelle di Fiorano. stato tra i fondatori anziani diSlowfood, Ais, Onav, e il fanclub di Ave Ninchi. Alle fiere se ti attacca bottone sei un uomo morto.

Il guidarolo. Scrive per le guide. Ogni volta che legge guide del vino sono morte gli prende un accidente. Se non ha ancora aperto un blog, sta per farlo. Spende tutto quel che guadagna in psicoterapia.

Il produttore di successo. Ce l fatta e se l proprio meritato. Ora vola alto, nel senso letterale perché spesso è su un aereo tra Pechino, Los Angeles, Tokio, Orvieto. Ha il sereno distacco anche lui, tutti lo idolatrano e ne scrivono solo bene. Appena uno si azzarda a scriverne male gli altri intonano, in coro, solo invidia Nulla lo potrà scalfire e ha lo sguardo buono, benedicente, sopporta con pazienza la fauna che gli sta attorno perché è un fatto inevitabile ma dispensa spesso consigli, buffetti, ha una parola buona per tutti. posh, è glam, è stardom. Quando smette di parlare inglese parla all nel suo dialetto, se ne accorge, si ferma un attimo, e si commuove. Ma è un attimo.

Il produttore bio. Quello che il sovescio. Il vino naturale. Il cornoletame, il preparato 501, Demeter. Quello che fotografa il diserbo fatto col napalm nel vigneto delvicino,
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e lo posta indignato sui social. E ha le sue buone ragioni perché lui invece diserba a mano, filo d per filo d tra l e si fa un culo così. Poi gli tocca vederequel testina del vicino che spande Roundup come fosse ketchup sul big mac. Il produttore bio è incazzato notte e giorno. La cosa che lo fa incazzare di più è che ormai sono tutti bio commerciale. Lui il vino lo vende, quindi c poco da scherzare. Si fa sul serio. Non c tempo per distinzioni, buoni e cattivi, kimika o naturali, bisogna fare il fatturato. A volte è un sentimentale e sceglie di vendere solo quello che gli pare buono, pulito e giusto: per questo gira in bicicletta, e solo quandoincrocia il suo collega che vende Bellavista, sull sospetta di aver sbagliato qualcosa.

L del vino naturale. Per lui niente è abbastanza naturale, bisogna tornare ai primordi, alla preistoria, al big bang enologico. Qualsiasi tecnologia è satana e si dichiara favorevole alle leggi razziali che facciano piazza pulita una volta per sempre di ogni lievito selezionato. Gli piacciono i kvevri, beve vini bianchi che hanno il colore del rame esposto alle intemperie, reclama i cavalli nel vigneto, scrive con la k come Kossiga. Ha rotto i coglioni a quasi tutti, tranne ai produttori che sponsorizza. Nessuno sa che lavora alla Bayer.

La pierre. (Questa è descritta come femmina, esistono anche pierre maschi, ma è venuta fuori in versione femminile). Una vita passata ad hashtaggare, condividere, instagrammare, ritaggare, ritwittare. Usaparole come wechat, snapchat. Mette il diabolico cancelletto dappertutto: wine, winelover, winery, wineevent, trovatemiunfidanzato. Dice di fare promozione, comunicazione, culturadelvino. Si misura il klout, conta i follower, soppesa i reblog. Nessuno sa che è astemia. Quelli che sono già in giro per i fatti loro lo guardano e gli dicono e tutti gli danno addosso mancofosse appestato. I produttori postano screenshot di giornalisti intenti a piatire qualcosa, i blogger con loro fanno gli spiritosi, tanto che alla finei giornalisti risultanoquasi simpatici. I vigneron li filano quel tanto che basta in attesa diuna recensione favorevole. Dopo, il produttore di quel vino va in giro a bullarsi e momentaneamente il giornalista torna presentabile. convinto di essere autorevole, usa parole come influencer, pensa di fare letteratura ma scrive altro con l Crede pure che un giorno il lavoro del blogger diventerà un lavoro, nel senso della retribuzione, ma quel giorno il blogger sarà morto. Per il momento si diverte come può, rompendo le palle ai giornalisti che fino a mezz fa pensavano di gestire da soli l o mendicando un qualsiasi riconoscimento quando scrive di un vino. I migliori sono quelli indiema alla loro indipendenza ormai non crede quasi nessuno.

E solo ai migliori potrà capitare di scrivere su no, va be questo non lo dico.

C’è anche la categoria dei programmatori. Quelli che si presentano ad una fiera armati di lista dettagliata di almeno 42 banchini, che di solito dopo mezz’ora inizia a sbriciolarsi, ma che si arenano clamorosamente dopo 8. Si riconoscono perché solitamente li si vede in panico a metà giornata mentre disperati cercano il fondamentale foglietto lasciato chissà dove, recuperandolo poi da una sputacchiera piena. A fine fiera, generalmente, bevendo a canna il fondo di qualche avanzo di profuttore non in lista, li senti ripetere ossessivamente : “eppure era fattibile :dove ho sbagliato?”

Avete dimenticato il beviprezzo (o bevietichette)!
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Non è bello ma è sempre al 101%. Va dal barbiere una volta alla settimana e indossa solo vestiti e accessori col logo ben in vista e scarpe di coccodrillo di 2 numeri più grandi perché si devono vedere bene.

Non capisce una mazza di vino quindi per non sbagliarsi ordina sempre quello che costa di più. Non ti dirà mai cosa ha bevuto ieri sera ma quanto l’ha pagato.

Ha bevuto tutte le ultime 30 annate di Salon ma non lo distinguerebbe dal prosecco.

Quando entra in un ristorante il sommelier asssume l’espressione del clown. Sorride ma dentro è preso da una profonda tristezza. Sa che aprirà una magnum di Petrus ad un pirla che è convinto sia un vino di Borgogna.

PS: credevo di essere un blogger ma mi sa che sono una via di mezzo tra un nabbo e un sommelier sfigato. andiamo bene.