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(ANSA) ROMA, 17 GEN ALESSANDRO D’AVENIA CIO’ CHE INFERNO NON E’. (MONDADORI, EURO 19,00, pag.300).

Don Pino con le sue scarpe grandi alza la polvere che s’indora al tocco di tutta quella luce. Ha il passo rapido, non della fretta ma del ritardo, in una città che in ritardo lo è per costituzione. Si avvicina alla sua Uno Rossa, divorata da sole e ruggine. Il bambino è seduto sul cofano con i piedi penzoloni. Ha sei anni, una maglietta bianca e un paio di pantaloncini sporchi, ai piedi ciabatte da mare e a casa Maria come madre acerba. E Basta. “Dove vai a quest’ora, padre Pino?”.

Nell’estate del ’93 quella successiva all’assassinio di Falcone e Borsellino, e precedente al martirio, di Don Pino Puglisi, Alessandro D’Avenia aveva la stessa età di Federico il protagonista del suo ultimo romanzo “Cio’ Che Inferno Non è”. Ma non è un romanzo sulla mafia. Ma un libro di formazione, un incontro tra un ragazzo e un prete minuto con le scarpe sformate che gli apre gli occhi alla verità.

“Diciasette anni è un errore di tempistica tra domanda e offerta”. “Che ne sanno i ragazzi di come si diventa uomini? Che ne sanno delle istruzioni per l’uso della notte, delle ombre delle tenebre?. I ragazzi si aspettano sempre gioia dalla vita, non sanno che è la vita ad aspettarsi gioia da loro. Ignorano il dolore che ci vuole a diventare e quanto coraggio serve a perdere i sogni”.

In quell’estate del ’93 Federico sta per partire per un soggiorno estivo a Oxford, la luce esplode, lui vede di Palermo, sole la sua meraviglia l’incanto, non sa cosa si nasconde dietro. Chi lo costringerà a guardare altro sarà il “3P”, il prof di religione: di mattina insegna in un liceo per persone borghesi al pomeriggio si reca al quartiere Brancaccio.

Quanto la lezione di Puglisi (beatificato nel 2013 ndr), è stato insegnante dell’autore (“io precisa lo avuto solo come supplente i mie fratelli come insegnate ma di lui ricordo tutto soprattutto lo sguardo e il sorriso”), fosse irriducibile ai programmi didattici lo dimostra la forza propulsiva dell’insegnamento che il sacerdote, con la pelata dove riflette la luce del sole, alto poco più dei bambini su cui vegliava nei sobborghi malfamati di Brancaccio seppe portare fuori dalle aule dell’istituto dentro le strade, oltre la fine dell’anno scolastico: a costo, per i più innamorati come Federico , di rinunciare alle vacanze e a un viaggio studio in Inghilterra.

D’Avenia confeziona un romanzo dunque assai diverso dai suoi precedenti betseller (Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa) riuscendo ad evitare luoghi comuni o il rischio di un libro troppo angiografico, il risultato è un’opera matura che senza retorica o frasi fatte e senza paura guarda in faccia la violenza in generale, condannando coloro che hanno sempre voltato lo sguardo dall’altra parte.

Se nasci all’inferno hai bisogno di vedere un frammento di ciò che inferno non è. Accostandosi a Don Pino, accettando o decidendo di seguirlo fuori dal quartiere bene dov’è cresciuto, dentro la periferia di Brancaccio Federico l’inferno lo scopre.

E a che gli serve andare fino a Oxford a studiare l’inglese quando non conosce l’altra faccia, o il vero volto della sua città? Dentro quella fisionomia distorta, offesa, sfigurata, Don Pino gli indica i segni della dignità. E Federico, aperti gli occhi, vi scorge la bellezza.

La fine della storia di Don Pino è nota. E lo stesso sacerdote antimafia, al momento dello sparo che a fine estate lo freddò il giorno del suo compleanno il 15 settembre , aveva ammesso sorridendo: me l’aspettavo. Non stupisce. Che Alessandro D’Avenia, a vent’anni di distanza ripensi ancora al professore. ”Un romanzo spiega l’autore che inizialmente non volevo scrivere erano anni che ci pensavo e per questo ci ho messo un pò a terminarlo. Don Pino era cosi’ insegnava nella mia scuola il Vittorio Emanuele II in un quartiere bene di Palermo la mattina: e il primo giorno arrivava con un enorme scatolone di cartone (era vuota) come racconto nel libro e chiedeva agli studenti indovinate cosa c’è qui dentro? Per poi saltarci sopra e gridare, non c’è niente, ci sono io e queste pareti di cartone che ci separano dalla realtà”.

E così quando Federico attraversa il passaggio a livello che separa Brancaccio dal resto della città, ancora non sa che in quel preciso istante comincia la sua nuova vita, quella vera. La sera torna a casa senza bici, con il labbro spaccato e la sensazione di avere scoperto una realtà totalmente estranea eppure che lo riguarda da vicino. E l’intrico dei vicoli controllati da uomini che portano soprannomi come il Cacciatore, ‘u Turco, Madre Natura, per i quali il solo comandamento da rispettare e quello dettato da Cosa Nostra. Ma sono anche le strade abitate da Francesco, Maria, Dario, Serena, e tanti altri. che non rinunciano a sperare in una vita diversa. Con l’emozione del testimone e la potenza dello scrittore, l’autore narra una lunga estate in cui tutto sembra immobile eppure tutto si sta trasformando, e ridà vita a un uomo straordinario, che in queste pagine dialoga insieme al lettore con quel sorriso che non si spense nemmeno di fronte al suo assassino. “Per scrivere sono partito da un mistero: il sorriso rivolto ai suoi assassini. Qualcosa che riecheggia il “perdona loro perché non sanno quel che fanno”.
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