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Non è la prima volta che ci si trova a parlare di un lavoro solista di Graham Coxon. Anzi è la quinta. Qual è allora la novità? Bè in realtà una grossa novità stavolta cè: tra lui ed i Blur è definitivamente finita. Infatti se gli altri quattro album erano stati registrati come progetti di secondo piano, poiché il ruolo principale di Coxon era quello di chitarrista dei Blur, non così è stato per questo Happiness in magazines.

Ora che la sua dipartita da Damon Albarn e soci è definitivamente sancita, i suoi lavori personali sono diventati la sua principale occupazione. Così, mentre i Blur registrano senza di lui un album innovativo e sperimentale come Think Tank, Coxon assolda il produttore Stephen Street (che già lavorò con lui in alcuni vecchi lavori dei Blur) e decide di fare sul serio, si concentra sulle parti vocali, che erano state maggiormente trascurate nei precedenti dischi, e si chiude in studio per ben dieci settimane (a differenza dei canonici quindici giorni).

Ok, Graham non è più parte integrante dei Blur, ma non si possono improvvisamente cancellare oltre undici anni trascorsi con una personalità carismatica quale è quella di Damon Albarn, non si possono gettare via tutto dun tratto le influenze assorbite durante la sua militanza in uno dei gruppi britannici più importanti dellultimo ventennio: certo nei primi lavori Coxon lo aveva fatto realizzando dischi indie rock e lo fi, ma ora che non fa più parte del gruppo probabilmente la sua intenzione è proprio quella di realizzare un disco più vicino alla musica pop (rigorosamente brit pop), che possa far dividere i pareri degli amanti della formazione dellEssex e, perché no, togliersi qualche sassolino dalla scarpa rubando al suo ex gruppo qualche ammiratore.

Happiness in magazines è un album che si scinde sostanzialmente in due parti: una che potrebbe tranquillamente far parte di un qualsiasi vecchio album dei Blur ed una nella quale le composizioni rock di Graham Coxon rasentano i suoni veloci e ruvidi del punk.

I brani pop, pur essendo piacevolmente ascoltabili, sono forse troppo vicini alla musica dei Blur e soprattutto la voce di Coxon è troppo influenzata dallo stile vocale tipico di Damon Albarn: ad esempio il singolo Bittersweet bundle of misery oppure Bottom bunk sembrano delle nuove versioni del fortunato brano Coffee & Tv (presente sullalbum 13), mentre si salvano episodi pur sempre in stile brit pop, ma che risultano sicuramente più creativi ed interessanti (con un ottimo uso degli archi suonati dal Duke Street Quartet) come ad esempio All over me e Are you ready?.

Come si diceva in precedenza, vi è poi la parte punk rock nella quale la chitarra e la voce di Coxon si scatenano e creano melodie potenti e decise che permettono a questi brani di assumere una propria personalità: Graham smette di seguire troppo da vicino le orme di Albarn e scatena tutta la grinta e la rabbia che ha dentro (e che forse vorrebbe scaricare un po verso la sua ex band); ne sono la dimostrazione canzoni come Freakin out, People of the earth e Spectacular.

Happiness in magazines rappresenta sicuramente un passo indietro rispetto ai suoi lavori precedenti dai suoni più grezzi e lo fi, ed un passo in avanti verso la strada della musica più curata ed orecchiabile (ma non per questo meno apprezzabile). Insomma chi si aspettava un disco che sancisse il distacco definitivo, anche musicalmente, dai Blur ed aveva gradito i suoni a bassa fedeltà dei suoi precedenti dischi resterà probabilmente deluso; cosi come i fan dei vecchi Blur, che si aspettavano un ritorno alle classiche melodie brit pop tipiche dei primi lavori del gruppo, resteranno soddisfatti solo a metà, venendo forse assordati dagli echi delle chitarre punk rock.

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