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Nel suo Biabbà[1] il compianto Q. Lucarelli riporta questa voce femminile plurale col significato di ‘chiodini da calzolaio’. Egli crede che questo termine sia l’esatta trasposizione in dialetto dell’ingl. pl. tacks ‘chiodini, puntine’, sing. tack ‘chiodino, puntina’, la cui pronuncia corrisponde in pieno a quella della parola di Trasacco, nella Marsica. E’ risaputo che diverse parole dialettali, in effetti, si sono insinuate nelle parlate locali perchè riportate da emigranti, come il diffuso chénga o chénca dall’ingl. gang ‘squadraccia, banda di malaffare, cricca’.

Ora, il ragionamento del Lucarelli sembra ineccepibile ma la comparazione con qualche voce equivalente di altri dialetti ci fa capire che in questi casi bisogna procedere con i piedi di piombo, anche perché sappiamo quanto la Lingua sia versicolore e insidiosa, pronta a farci cadere vittime di veri e propri miraggi.

Nel dialetto di Castelluccio Valmaggiore Fg, infatti, si incontra la stessa voce tècchs[2] col significato di ‘chiodino a sezione quadrata usato dai calzolai’, solo che qui il termine è femminile singolare, non plurale. Allora è molto probabile che la presunta forma plurale della corrispondente voce trasaccana sia appunto frutto di un miraggio, come dicevo. A mio parere si tratta di una radice che può avere due forme, una delle quali presenta un ampliamento in /s/, come avviene di solito con altre radici. La parola in questione credo che abbia a che fare con la radice di lat. tex ere ‘tessere, intrecciare’, gr. ték ‘artefice, carpentiere, architetto’, gr. téch ne ‘arte’,
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sscr. taks ati ‘fabbricare, comporre’ e naturalmente è una variante dell’ingl. tack ‘puntina, chiodino’ di cui sopra. Non sono stati gli emigranti di ritorno dagli USA qualche secolo fa a portarci la parola, ma semmai furono popolazioni preistoriche a portare in Gran Bretagna la radice gemella, passando forse per l’Italia.

Se ben riflettiamo, inoltre, sulla radice di lat. teg ere ‘coprire’ ci accorgiamo che anch’essa può essere vista come una variante della precedente rad. TEK S. Il coprire, infatti, non è altro che una forma diversa del congiungere, connettere, mettere insieme due cose. Un tetto (cfr. lat. tec t um ‘tetto’) prima di svolgere la funzione di coprire è esso stesso una struttura di travi e tavole (almeno in antico) come anche una tegola (cfr. lat. teg ul am ‘tegola’) prima di svolgere, insieme col tetto, la stessa funzione di coprire, è anch’essa una sorta di tessera di un complesso costituito dall’insieme di tutte le tegole del tetto incastrate ad arte tra loro. Sarà stata quindi quest’idea della tessera ad aver dato il nome alla tegola e non la sua contemporanea funzione del coprire, espressa comunque sempre dalla stessa radice.

Questo significato di connessione e unione del lat. teg ul a(m) mi pare si ritrovi nel dialettale técchia che a Trasacco ha i significati di ‘doppia, coppia, doppietta’ e qualche altro a questi riannodabile. Ricordo che, quando si era ragazzi e si giocava a battimuro, se la moneta battuta andava a cadere vicino a due o più monete degli altri partecipanti al gioco, ad una distanza uguale o inferiore a quella di una bacchettina di una ventina di centimetri impiegata come misura, si gridava: Tecchia! Ho fatto tecchia! senza però conoscere l’etimo della parola. L’espressione significava chiaramente che si erano presi due o più piccioni con una fava, insomma. Ora, anche in questo caso la parola, ad Aielli,
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indicava quindi che si era fatta una doppietta o tripletta di monete come a Trasacco. L’etimo deve risalire ad una forma tecla tec ula (come it. macchia macla mac ula) imparentata con lat. teg ul a(m) e doveva indicare un insieme di due o più cose. La voce técchio, in diversi dialetti, significa anche ‘grosso, grasso, sodo'[3]. Da quanto ho testé detto mi pare che bisogna scartare l’etimo proposto dai linguisti, riportato ad un longobardo thichi ‘grasso’ da confrontare con l’ingl. thick ‘spesso, denso, fitto, grosso’. L’idea di “grasso” qui potrebbe derivare da quella di “gruppo, insieme” propria della precedente voce tecchia di Trasacco ed Aielli. Ma comunque la radice primitiva è la stessa!

Da notare le varianti come sp. taco ‘zeppa, tassello’, sp. tacn ‘tacco di legno[4]’ concetto che richiama quello di “inserimento, contatto, incastro”, o come l’abr. tacc arèll ‘pezzo di legno, per lo più in forma di cuneo'[5]. Il suffisso arèll ha valore diminutivo. L’it. region. tacc one significa ‘pezza, toppa di cuoio applicata su scarpe o indumenti’ e resta sempre nell’ambito del collegare, cucire come mostra l’altro suo significato di ‘piccolo chiodo con capocchia a forma di tronco di piramide, usato per chiodare i tacchi degli scarponi'[6]. E’ chiaro che qui la radice dal significato generico si è specializzata ad indicare i chiodini per tacchi, data la coincidenza fonetica di due termini. E’ chiaro anche che questa coincidenza è avvenuta su suolo italiano, e questo fatto è una prova solida della provenienza italiana della variante trasaccana e foggiana tèchs ‘chiodini’. Esiste anche l’abr. tacch matt ‘toppa malamente messa’[7]. Si capisce subito che la notazione malamente messa è dovuta al significato di matt ‘matto’, ma inizialmente anche questo componente del termine aveva lo stesso significato del precedente: cfr. ingl. mat ‘stuoia’, lat. matt a(m) ‘stuoia’, abr. matt ‘mazzo, fascio di frasche’,
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col loro concetto di “intreccio, insieme”. Allora anche l’aiellese tacc ulòzz ‘pasta asciutta di forma rettangolare o quadrata’ e gli abruzzesi tacc arèll, tacc ozzèll, tacc un[8] ‘sorta di pasta per minestra in forma di pezzetti rettangolari’ sono della stessa famiglia, apparentata con l’ingl. tag ‘etichetta, targhetta’. Non bisogna dimenticare nemmeno l’ingl. tack le ‘strumenti, arnesi da lavoro, paranco’: siamo nel pieno del concetto di “struttura, strumento, insieme”. Forse il termine è più noto nel sign. sportivo di ‘placcaggio, arresto (nel rugby), contrasto con un giocatore (nel calcio)’ che comunque presuppone sempre il concetto di “afferrare, fermare, fissare, legare”.

L’it. tass ello ha vari significati specifici che comunque convergono in quello di ‘pezzetto di legno o pietra, più o meno quadrangolare (cubo), che si inserisce in qualche buco dei muri o dei mobili per ripararli e rinforzarli’. Esso deriva dal lat. tax illu(m) ‘piccolo dado, tassello’. Il significato di ‘dado’ della parola deve essere stato ricavato da quello, preponderante in italiano, di ‘pezzo quadrangolare’, anche se il sign. di ‘tassello’ per il lat. taxill u(m) è attestato, ma posteriormente all’altro. Qui va inserita una riflessione sul lat. tess er a(m) ‘cubetto, dado, tavoletta quadrata, tessera’ che i linguisti si affrettano a riportare al supposto gr. tesser(gnos)[9] ‘quadrato’ (al posto del normale tetr gnos) sulla base di gr. téssara ‘quattro’, variante di gr. téttara ‘quattro’. Ma un etimo così preciso sappiamo che è per lo meno molto sospetto. Io preferisco supporre per il lat. tess er a(m) un immediato precedente tex er a(m) con assimilazione regressiva del suono /k/ al seguente suono /s/,
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favorito, probabilmente, proprio dall’incrocio del termine col gr. téssara ‘quattro’, altrimenti mal si spiegherebbe il perdurare della radice intatta TEK S nel lat. tex ere ‘tessere’. Questi fenomeni di assimilazione non sono avvenuti solo nel passaggio dal latino all’italiano, ma certamente essi si sono verificati sin dalla più remota antichità.

Se questo scenario che scopre notevoli convergenze tra parole dialettali, italiane, inglesi, è realisticamente ammissibile, come a me pare, si ha l’impressione, conseguentemente, che esse appartengano tutte come a dialetti (incluso l’inglese e l’italiano) di una stessa Lingua.

(L’articolo sarà pubblicato l’anno prossimo nella rivista QFR di filologia romanza)[1] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà Q Z, Grafiche Di Censo, Avezzano Aq 2003.[3] Cfr. M. Cortelazzo C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998.

[4] Cfr. nel web: O. Pianigiani, Dizionario della lingua italiana. Anche l’it. tacco, allora, è di questa famiglia, essendo esso stesso un ‘tassello’ o un insieme di ‘pezze di cuoio’ bel connesse tra loro e con la suola della scarpa.

[9] Cfr. M. Cortelazzo P. Zolli, Deli, Dizionario etimologico della lingua italiana,Zanichelli, Bologna 2004.
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