stivali ugg prezzo Gianfranco Ferrè veste gli Eccellentissimi Capitani Reggenti

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Scarpine in velluto nero con coccarda in seta nera e bottone color oro. Calze lunghe nere. Calzoncino corto con allacciatura sotto il ginocchio. Sottanino a sboffo frangiato. Corsaletto o giustacuore con maniche, il tutto in seta nera. Guanti bianchi e polsini pure bianchi applicati esternamente sulla manica a foggia di bracciale alla moschettiera. Mantelletta di velluto nero foderata in seta azzurra con lacci ampi, a mo’ di dragona, formati da cordoni in filo dorato terminanti a nappe. Berretto in velluto nero di forma circolare, al centro esterno un bottone in filo dorato, ornato con tocco d’ermellino. Colletto e cravatta a nastrino sostenente un jabot o bavaglino in pizzo, il tutto di colore bianco. Spadino con elsa d’oro riproducente nel cesello sull’impugnatura le figure in piedi di San Marino e di Sant’Agata, Compatroni della Repubblica.

A dare la descrizione del costume da cerimonia degli Eccellentissimi Capitani Reggenti è Maria Antonietta Bonelli che nel libro “I Capitani Reggenti” fatto stampare per iniziativa della Cassa di Risparmio su raccomandazione dell’Istituto per la Promozione degli Studi di Storia Patria e degli Studi Economici e di Diritto Bancario nel 1986 e oggi consultabile nella Biblioteca di Stato rimarca un passaggio importante: la fonte è “probabilmente ufficiale ma anonima”.

Ma è ancora la studiosa dei fatti sammarinesi, collezionista, ambasciatore e avvocato Bonelli che, dopo aver affermato che “non è difficile pensare che le evoluzioni della foggia siano legate ai mutamenti della moda nel tempo”, cita un’opera di Carlo Malagola per recuperare alcuni “cambiamenti” piuttosto importanti. Sino al 1763 solamente il primo Capitano, chiamato “Capo Banco”, aveva il “privilegio di cinger la spada” ma non di possedere un “fiocco d’oro nel cappello”.

Bonelli poi dà spazio a un altro dettaglio interessante raccontato dal Malagola. Tra l’inizio del 1800 e sino agli anni Sessanta i Capitani Reggenti “portarono un abito militare alla napoleonica”. Fu il Conte Cibrario, proprio nel 1865, a “voler ripristinare l’abito alla foggia del Cinquecento”.

Maria Rita Morganti invece fornisce invece un dettaglio che merita di essere riportato: “Dell’abito cerimoniale dei Reggenti si ha un’unica testimonianza da una tela di Pietro Tonnini”,
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pittore nato nel 1820 e morto nel 1894. Sempre la Morganti aggiunge alcuni dettagli preziosi, come ad esempio i materiali con cui sono fatte le scarpe (“camoscio”) e i guanti (di “capretto”).

Oreste Brizi, all’interno del “Quadro storico e statistico” di San Marino del 1842, descrive con queste parole i vestiti del Reggenti: “Cappello appuntato con piuma nera, un mantelletto di seta nera, le facciuole e i manichini di trina bianca, la spada al fianco, un gonnellino nero di seta a pieghe, i calzoni neri, le calze di seta pur nere, e le scarpe con fibbie”.

All’inizio del Novecento però qualcosa cambia: sulla rivista “Il Titano” del 1904 viene pubblicato un articolo in cui l’autore “chiede” l’abolizione dei costumi del Cinquecento in quanto “calzoni corti, scarpini con rosetta, mantellina e berretto di velluto nero, spadino, eccetera” provocano “ilarità più che ammirazione”. Messaggio che tre anni più tardi diventa un’Istanza d’Arengo, puntualmente respinta dal Consiglio. La Federazione Socialista,
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nel suo house organ, risponde piccata alla bocciatura dell’Istanza: “La maggioranza, amante di vedere una mascherata anche fuori di carnevale, boccia la petizione senza misericordia”. Nel 1914 il Partito Socialista ci riprova, ma la risposta all’Istanza è sempre la stessa.

Nel 1981, con la nomina a Capitano Reggente della prima donna, Maria Lea Pedini, si apre una bella pagina di storia dei costumi della Repubblica di San Marino. Scrive Paolo Rondelli nel libro “Identità Sammarinese” del 2013, l’annuario della Società Dante Alighieri del Titano: “(Pedini) assunse questo ruolo vestendo un costume disegnato appositamente da Gianfranco Ferrè, visto che quello tradizionale non prevedeva di essere indossato da una donna”.

Maria Antonietta Bonelli chiarisce subito che il vestito è stato firmato “da Gianfranco Ferrè e non da Valentino, come la stampa ha ripetutamente affermato” e che “ha soddisfatto tutti per la sua semplicità e proprietà”.

Eppure la stampa italiana non si è risparmiata, anzi. Il giornale “Gente” lo descrisse come un abito “a metà tra il torero e il sanculotto”. Altrettanto pungente il commento de “L’Unità”: Buffo abito spagnolesco del Cinquecento” mentre per “Il Resto del Carlino” è un “Costume alla Filippo II di Spagna”. Con più delicatezza invece ma solo apparente “Repubblica” si è soffermato sulle modifiche: “Un mantello in più, un cappellino nuovo d’ermellino che contrastava con il collare bianco azzurro simbolo del trapasso dei poteri”.

Il nuovo outfit venne descritto dal celebre stilista con queste parole: “Tailleur a mantella in velours nero shantung doppia seta nera, camicia da frac crèpe chine più piquet rigido, e gli accessori: calze nere, guanti di capretto bianco alla moschettiera,
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scarpe scollate di vernice nera, cappello di velluto nero con fascia di ermellino bianco”.