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GRAZIANI, Francesco, detto Ciccio Napoletano. Non si conosce la data di nascita di questo pittore, attivo a Napoli e a Roma nella seconda metà del XVII secolo. Nacque probabilmente a Capua, essendo citato in alcuni inventari come “Ciccio da Capua” (Roethlisberger Bianco).

Scarne, le notizie sulla sua formazione; solo il Lanzi (1808) ricorda fra gli allievi di Jacques Courtois, detto il Borgognone, un certo Graziani, che potrebbe essere identificato con Francesco. Forse già negli anni Settanta del XVII secolo il G. si era trasferito a Roma, se si dà credito alla notizia riportata da Buchowiecki (p. 647), ma finora non confermata da alcuna fonte diretta o indiretta, che egli a partire dal 1671 dipinse una serie di tele (andate perdute) con Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, collocate nella navata centrale e nel coro della basilica dei Ss. Apostoli a Roma.

certo che nel nono decennio il G. si trovava a Roma ed era un pittore affermato, come dimostrano le due committenze pubbliche segnalate da Filippo Titi (1686): una tela a olio con la Predica del Battista nella cappella Cimini in S. Antonio dei Portoghesi, databile intorno al 1683, ancora conservata in loco, e un’altra con la Maddalena penitente per la chiesa di S. Croce della Penitenza (o delle Scalette) alla Lungara, identificata con la Crocifissione e s. Maria Maddalena, ora nella parrocchiale di Ardea.

Importante in particolare è la prima, realizzata per conto di Caterina Raimondi, esecutrice testamentaria delle ultime volontà del marito, Giovan Battista Cimini, a completamento delle decorazioni della cappella affidate in gran parte a Giacinto Calandrucci (Ferraris). Si tratta di una tela piuttosto grande (cm 150 x 230), caratterizzata da una composizione affollata, dove i contrasti tra zone in luce e zone in ombra richiamano analoghe soluzioni di Mattia Preti, mentre le fisionomie e le vesti di alcune figure mostrano reminiscenze della pittura napoletana della prima metà del secolo, da Bernardo Cavallino a Massimo Stanzione.

Nel 1686 gli inventari Barberini elencavano suoi dipinti, finora non identificati, di cavalli, marine e battaglie (Salerno, 1984, p. 154). Anche le testimonianze di Titi e di De Dominici (1743) lasciano capire che l’artista doveva la sua fama a questo genere di pittura e in effetti ancora oggi egli è ricordato soprattutto, se non esclusivamente, come battaglista.

Per la ricostruzione del catalogo del G., Zeri (1959) riteneva fondamentali le due Battaglie della Galleria Pallavicini a Roma, che in un inventario del 1708 sono citate come “del Napolitano” e in uno del 1713 come del “Gratiani”. Intorno a queste due opere, che rivelano una cultura figurativa oscillante fra Jacques Courtois e Salvator Rosa, si è così formato un nutritissimo catalogo, ancora lontano dall’essere completato in virtù della continua comparsa sul mercato antiquario di opere del G., o a lui attribuite.

Oltre alla coppia Pallavicini, va ricordata la serie dei grandi Paesaggi a tempera conservati nella Galleria Doria Pamphili, un tempo attribuiti a Gaspard Dughet e ora ritenuti in gran parte di Crescenzo Onofri, ma di cui almeno tre sono di mano del G.: Paesaggio conscena di banditismo, Paesaggio costiero con un contadino che abbatte un recinto, Paesaggio costiero con battello (Waddingham).

Strettamente legate alle opere Pallavicini e Doria Pamphili sono le due Battaglie a olio su rame della Walters Art Gallery di Baltimora (Zeri, 1976). I due piccoli dipinti dipendono chiaramente, per la composizione e la definizione degli episodi, dai modelli del Borgognone, ma lo stile è quello tipico del G.: i personaggi, posti su chiari sfondi paesaggistici, sono delineati con un tratto rapido e nervoso, ravvivato da efficaci tocchi di luce. Il pregio di queste battaglie a metro ridotto consiste proprio nella loro uniforme vibrazione cromatica che, negli esempi migliori, assume dominanti tonalità argentee e grigio azzurrine, con soluzioni simili a quelle dei battaglisti veneti, come Francesco Simonini.

Pure attribuite al G. sono due Battaglie del Musée d’art et d’histoire di Ginevra. Già credute di Courtois, queste due tele a olio furono riconsegnate al G. sulla base del confronto con le opere Pallavicini (Natale); molto simili sono infatti la stesura cromatica e il trattamento pittorico quasi negligente, che richiama l’influenza di Salvator Rosa.

Di notevole interesse, per la quantità e la qualità delle tele, è il gruppo di otto Battaglie del Museo civico di Deruta, una delle quali reca sul retro la scritta autografa di Lione Pascoli, appassionato collezionista del genere: “del Graziani eccellente pittore” (Galassi, p. 86).

In queste tele il taglio della composizione non è eroico ma realistico, il tocco pittorico è scattante e vivace, la materia cromatica si sfalda ravvivata da filamenti luminosissimi di colore puro, con tecnica simile a quella del Courtois. Non mancano però le memorie rosiane, riscontrabili nell’uso di scorci violenti per rappresentare cavalli e cavalieri.

Il restauro del 1976 ha rivelato l’ottima qualità delle due tele a olio del Museo civico di Pistoia: una Battaglia con ponte in rovina e una Battaglia con castello sullo sfondo.

Entrambe di notevoli dimensioni (cm 117 x 180), presentano una preparazione color rosso bruno, tipicamente seicentesca. L’attribuzione al G. è confortata dal raffronto con le tele del Museo civico di Deruta: in queste opere le figure non hanno più contorno, ma balzano dal fondo scuro attraverso macchie di colore, segnate a grossi colpi di pennello, con lumeggiature sottili di biacca. La “gran furia” e la “pratica e bizzarria”, già notati da De Dominici, definiscono correttamente lo stile delle due tele, che per invenzione e dimensioni acquistano il respiro epico delle composizioni di Courtois. La dipendenza da quest’ultimo accomuna il G. ad altri pittori battaglisti quali Francesco Simonini, Marco Ricci, Pandolfo Reschi e Joseph Parrocel.

Alle opere del G. fin qui elencate, per le quali è al momento impossibile tracciare un’evoluzione stilistica e definire una plausibile scansione cronologica, se ne possono aggiungere molte altre segnalate in collezioni private a , Roma, Brescia, Modena e Torino (Sestieri, pp. 94 97, 360 371).

Consapevolmente integrato nella tradizione della pittura di battaglie, inaugurata proprio a Napoli da Belisario Corenzio e poi continuata da Aniello Falcone e Scipione Compagno, il G. sembra piuttosto impressionato dall’esperienza di Micco Spadaro (Domenico Gargiulo) e Filippo Napoletano (Filippo di Liagno) che per primi svilupparono questo filone iconografico dal primitivo indirizzo storico celebrativo a quello della pittura di genere. L’originalità del G. sta nell’aver ravvivato questi precedenti con le innovazioni di Courtois, Simonini e Rosa, accentuando però la tendenza a una pittura disimpegnata e decorativa, in linea con le incipienti tendenze rococò della scuola romana e napoletana, in particolare giordanesca, e preferendo di massima l’uso di formati ridotti, forse perché più facilmente collocabili sul mercato.

La data di morte del G. non è nota.

La situazione di per sé già difficile, vista la sostanziale mancanza di appigli documentari, si è recentemente ancor più complicata, perché alcune opere del G., fra cui le due battaglie Pallavicini (Chiarini, 1989), sono state attribuite a Pietro Graziani, di cui De Dominici non dice se fosse figlio del G. o soltanto parente. Anche di Pietro non si conoscono gli estremi biografici, ma egli era sicuramente più giovane del G. e, come lui, pittore di battaglie. Punto fermo nel catalogo di Pietro sono le due Battaglie conservate a Hopetoun House, collezione Linlightow, annotate sotto il nome di Pietro Graziani negli inventari locali del 1733, 1750, 1817 (Salerno, 1977 78, p. 654); la coppia di Paesaggi della collezione Gasparrini di Roma, sul telaio di uno dei quali compare la scritta antica “Pietro Graziani” (ibid.); una tela in collezione privata bolognese raffigurante una Battaglia con trombettiere che reca a tergo una scritta, se non autografa sicuramente coeva, “Originale di Pietro Graziani 1726” (Sestieri, p. 95). A lui attribuite dagli antichi inventari fiorentini sono quattro Battaglie a olio su rame, conservate agli Uffizi ma provenienti dalla collezione Feroni (Chiarini, 1979). Riferibile con buona dose di certezza a Pietro è poi la Battaglia su un ponte della Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Corsini a Roma, che reca tracce di una sigla “P. G.” (ibid. p. 162). Sulla base di queste opere sono state tentate in anni recenti nuove acquisizioni (Chiarini, 1988 e 1989). Tra queste si segnalano due piccole tele nei depositi delle Gallerie fiorentine (Chiarini, 1989, pp. 35 s.) e quattro Battaglie di cavalieri a olio su rame della Galleria comunale di Prato (Mannini).

Stando così le cose, il gruppo dei dipinti “Graziani” si è segnalato in questi ultimi decenni come un campo privilegiato e quanto mai impegnativo per gli occhi investigativi dei connoisseurs, anche se appare onestamente molto difficile distinguere la mano dell’uno da quella dell’altro. La ricostruzione critica della figura di Pietro si fonda sul fatto che anche il suo nome compare, come quello del G., ma con minor frequenza, negli inventari settecenteschi: egli sarebbe stato citato di meno perché, essendo più giovane, avrebbe assunto il soprannome dell’altro per comodità di mercato o eredità di committenze. Secondo tale ipotesi la maggioranza delle opere di Pietro sarebbe stata genericamente assegnata al cosiddetto “Ciccio Napoletano” solo sulla scia delle precedenti attribuzioni (Chiarini, 1989). Questa soluzione finisce però per ridimensionare proprio la figura del G. che, nonostante tutto, è quella storicamente meglio definita e l’unica che abbia offerto prove di maggior impegno, come dimostrano le committenze per le chiese romane. Non solo, ma le due Battaglie delle Gallerie fiorentine, che sono oggi considerate un punto fermo del catalogo di Pietro, nell’inventario Pitti di inizio Settecento erano attribuite al G. (ibid., p. 96). poi possibile, come faceva osservare Sestieri (p. 34), che nell’abbondantissimo catalogo, ascritto all’uno o all’altro nome, si possano individuare opere da ascriversi ad altri pittori, per esempio a Gerolamo Cenatempo.

Fonti e Bibl.: F. Titi, Studio di pittura, scoltura et architettura nelle chiese di Roma (1674 1763), a cura di B. Contardi S. Romano, Firenze 1987, I, pp. 21, 209; II, pp. 57, 386 s.;
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B. De Dominici, Vite dei pittori, scultori ed architetti napoletani, II, Napoli 1743, p. 175; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia (1809), a cura di M. Capucci, I, Firenze 1968, p. 385; F. Zeri, La Galleria Pallavicini in Roma, Firenze 1959, p. Waddingham, The Dughet problem, in Paragone, XIV (1963), 161, pp. 46, 54 n. 24; L. Salerno, Palazzo Rondinini, Roma 1965, pp. 41, 283, 288, 290, 294, 297, 300 303; W. Buchowiecki, Handbuch der Kirchen Roms, I, Wien 1967, pp. 415, 647; M. Roethlisberger Bianco, Cavalier Pietro Tempesta and his time, Haarlem 1970, p. 129; F. Zeri, Italian paintings in the Walters Art Gallery, II, Baltimore 1976, pp. 471 473; L. Salerno, I pittori di paesaggio del Seicento a Roma, II, Roma 1977 78, pp. 644, 654 s.; Id., Pittori di paesaggio a Roma 1600 1670 (catal., Roma), Pomezia 1978, p. 38; M. Natale, Peintures italiennes du XIVe au XVIIIe siècle. Musée d’art et d’histoire, Genève, Genève 1979, pp. 63 s.; L. Salerno, I pittori di paesaggio del Seicento a Roma, III, Roma 1980, pp. 1034, 1065, 1122; C. Sisi, in Museo civico di Pistoia. Mazzi, Firenze 1982, pp. 184 s., 308 s.; L. Salerno, in Civiltà del Seicento a Napoli (catal.), a cura di N. Spinosa, I, Napoli 1984, pp. 151, 154, 322 (per Pietro vedi anche p. 323); P. Consigli Valente, La battaglia nella pittura dal XVII al XVIII secolo, 1986, pp. 373 s.; M. Chiarini, Musée de Grenoble. Tableaux italiens. Catalogue raisonné de la collection de peinture italienne: XIVe XIXe siècles, Paris 1988, pp. Safarik, Breve guida della Galleria Doria Pamphilj in Roma, Roma 1988, pp. 23, 50, 52 s.; M. Chiarini, Battaglie. Dipinti dal XVII al XIX secolo delle gallerie fiorentine (catal.), Firenze 1989, pp. 35 s., 96 s.; P. Ferraris, in S. Antonio dei Portoghesi. Archivi del Catalogo. Roma/1, a cura di S. Vasco Rocca G. Borghini, Roma 1992, pp. 97, 110; C. Galassi, in Pinacoteca comunale di Deruta, a cura di F. Mancini, 1992, pp. 86 91; G. Sestieri, I pittori di battaglie. Maestri italiani e stranieri del XVII e XVIII secolo, Roma 1999, pp. 15, 33 s., 94 97, 162, 274, 277, 360 371, 476, 662 s., 684 (con bibl.); U. Thieme F. Becker, Knstlerlexikon, XIV, pp. 553 s. Si veda, inoltre, per Pietro: M. Chiarini, in Gli Uffizi. Catalogo generale, Firenze 1979, pp. Mannini, Il Museo civico di Prato. Le collezioni d’arte, Firenze 1990, pp. Calciatore italiano (Cassano d’Adda 1919 Superga, Torino, 1949, in incidente aereo); nel campionato italiano giocò come mezz’ala nelle squadre del Venezia e del Torino; in nazionale disputò 12 partite (5 come capitano) tra il 1942 e il 1949.

R Paolo

Rssi, Paolo. Calciatore italiano (n. Prato 1956). Ha giocato in serie A, nel ruolo di centravanti, con le squadre del Vicenza, del e, dopo due anni di squalifica, della Juventus, del Milan e del Verona. nel 2008), capoluogo provinciale e regionale. nel 2008, detti Parmigiani e meno comunemente Parmensi) capoluogo di provincia. La città, tagliata da E a O dalla Via Emilia e da S a N dal torrente ,
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sorge nella pianura uniforme. La parte della città posta alla destra del torrente è detta P. .