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Quella di Gianluca Maffeis è una storia vera. Una storia che ha una data e un luogo d’inizio (18 marzo 2016 da Osio Sotto, Bergamo) e per ora non ha fine. A 25 anni Gianluca ha lasciato tutto per fare il giro del mondo in solitaria senza mai mettere piede su un aereo. Ha detto addio a un posto di lavoro fisso nella ristorazione, ha baciato la fidanzata e salutato parenti e amici. Poi via. Zaino in spalla, smartphone in mano e tragitto ben chiaro in mente: Gianluca ha iniziato così la sua sfida personale, chiamata “Operazione giro del mondo”.

Da quel marzo 2016 sono passati 705 giorni e tutti sono raccontati su un’apposita pagina Facebook, strabordante di foto e video. Con pochi clic si scopre il giovane bergamasco sull’Annapurna, in Nepal, e poi in Nuova Zelanda, quindi in Canada. Lo si vede immerso in acque calde o bardato per difendersi da vento e pioggia. Lo si guarda mescolarsi tra le popolazioni locali, lo si vede spaesato in mercantili durante spostamenti transoceanici. Dall’Australia al Canada ha viaggiato per 25 giorni su un cargo. Chiudete gli occhi e provate a pensare: girare il mondo senza meta, senza un mezzo di trasporto prenotato, senza un appoggio fisso e spesso anche senza la Rete per restare in contatto col mondo. Chiamasi impresa, delicato mix di coraggio e incoscienza. “Questo è l’avverarsi di un sogno spiega Gianluca Maffeis a Tgcom24 che ho coltivato per nove anni. In quegli anni ho messo da parte circa 200 euro al mese. Così mi sono creato un budget piuttosto importante che sto utilizzando quasi interamente. Ho pensato alle mie passioni e ora vivo giorno per giorno”.

Ad oggi Maffeis è in Nordamerica dopo aver iniziato con il cammino di Santiago de Compostela, esser arrivato in Russia, aver visto la Cina, l’India e tutta l’Asia, anche quella sconosciuta. Quindi Australia, Nuova Zelanda e Canada.

Non scomodiamo Marzullo, ma la domanda sorge spontanea: perché lo fai?

“Ho fame di esperienze, di culture, di storie, di realtà differenti, di cucine diverse. Tutto ciò che è diverso e nuovo mi attira, mi attira tanto. Il viaggio zaino in spalla ti apre la mente e il cuore, ti dà un senso di libertà indescrivibile. Per come la vedo io ti porta ad essere una persona migliore perché ti leva pregiudizi stupidi e inutili che molto spesso si hanno per via della paura di ciò che è “diverso” o magari per disinformazione”.

Hai registrato tutto chilometro dopo chilometro: riesci a riassumere il giro del mondo tappa dopo tappa?

“Come prima tappa ho scelto di fare il Cammino di Santiago de Compostela, un pellegrinaggio di quasi 900 km durato poco più di un mese, iniziato sui Pirenei e terminato a Finisterre, sull’Oceano atlantico. Dopodiché mi sono diretto in Portogallo, dove, nel punto più a sud ovest d’Europa (Cabo so Vicente), è iniziato il mio viaggio per raggiungere il tetto d’Europa, Capo nord, nella Lapponia norvegese. Per arrivare in quel punto ho attraversato mezza Europa, il tutto con i mezzi pubblici e riuscendo anche a fare una piccola parentesi sulle minuscole Isole Fr er. Sono riuscito a vedere per ben due volte il sole di mezzanotte a Capo Nord. Lasciata la Norvegia sono andato in Finlandia e poi nelle repubbliche baltiche, che sono state la mia porta d’accesso verso la Russia. A Mosca ho preso la Transiberiana, che mi ha portato fino in Siberia.

Da lì sono entrato in Asia attraverso la Transmongolica che mi ha portato nella capitale della Mongolia (Ulan Bator) e sempre attraverso un treno di lunga percorrenza ho raggiunto Pechino. Cina, Nepal, India, Myanmar sono stati i Paesi visitati nel preciso ordine prima dell’ingresso nel sud est asiatico. Ho iniziato dalla Thailandia, poi Cambogia, Vietnam, Laos, Malesia per terminare a Singapore, Stato nella quale ho avuto la possibilità di salire a bordo di una nave cargo diretta in Australia. Attraversare da ovest a est l’Australia in scooter è stata un’emozione a dir poco indescrivibile! Invece ho raggiunto l’America attraverso un altro cargo partito da Sydney. Circa quattro settimane di navigazione nella quale abbiamo solo fatto una breve sosta in Nuova Zelanda. La traversata del Pacifico è terminata a Oakland in California. C’è stata una “toccata e fuga” in Alaska per vedere l’aurora boreale prima del viaggio in Canada nel quale con un bus ho viaggiato da Vancouver fino a Montreal. Il rientro negli Usa è stato dedicato alla costa Est: New York, Boston, Chicago, Philadelphia, Washington DC e pure Miami. Ora sto ritornando in California con il treno che taglia gli Usa da est a ovest e per le prossime settimane visiterò Nevada, Utah, Arizona e California”.

Senza meta prestabilita e lontano da aeroporti avrai storie da raccontare per anni

“Le storie più interessanti arrivano dall’Asia. India durante il viaggio in nave che mi ha riportato sulla terraferma dopo l’esperienza sulle paradisiache Isole Andamane mi sono ritrovato ad essere l’unico passeggero straniero in mezzo a centinaia di persone locali, quasi tutti contadini. Tutto normale se non fosse che la stragrande maggioranza di loro non aveva mai avuto un contatto ravvicinato con una persona di nazionalità differente. gente mi fissava, mi seguiva nei miei spostamenti sulla nave, mi filmava e commentava ogni mio singolo gesto. Già il fatto di sedersi per un po’ vicino a me o di scambiare un saluto dava felicità a tutti. Durante i pasti tutti volevano vedere come me la cavavo nel mangiare le loro pietanze come le mani e, nonostante avessi in tasca forchetta e coltello, facevo come loro perché vedevo che apprezzavano il mio sforzo d’integrazione e di rispetto verso il loro modo di fare.

In Laos invece mi piaceva tantissimo noleggiare un mezzo per uscire dalle zone battute dai turisti. Non lo facevo per raggiungere attrazioni particolari, ma per poter finire in villaggi di campagna e vedere come si svolgeva lì la vita quotidiana. Più di una volta mi è capitato di essere circondato da bambini incuriositi dalla mia barba e dai tatuaggi. Si avvicinavano piano piano fino ad arrivare a toccarmi le parti tatuate del corpo, e alcuni di loro dopo aver fatto questa cosa scappavano di corsa. Altri urlavano e altri ancora continuavano con il dito seguendo le linee.

In Mongolia, quando ero ospite nelle gher (tende mongole) nel deserto ricordo che per combattere le temperature rigide della notte bruciavamo nella piccola stufa nella tenda gli escrementi secchi di cammello che andavano quindi a sopperire l’assenza di legna”.

E tutto questo viene raccontato sulla tua pagina Facebook, sui social e sul blog. Suona come un contrasto.

“Sui social network ho pubblicato davvero tanto di questa mia esperienza. Su Facebook e Instagram cerco ogni giorno di condividere quello che faccio attraverso una foto o una clip. Uno dei miei intenti è spronare la gente a fare esperienze e a mettere fuori la testa dal paesello. Sporadicamente faccio anche video di svariati minuti mostrando passo per passo le zone di particolare interesse. Riprendo anche i luoghi in cui alloggio per far vedere le guesthouse e per dare qualche consiglio a chi vuole viaggiare spendendo il meno possibile”.

Niente aereo, come mai?

“Mi muovo principalmente con mezzi pubblici economici e possibilmente notturni sulle lunghe tratte, in modo da risparmiare sull’alloggio. Non usando aerei mi sono ritrovato su ogni tipo di mezzo possibile e immaginabile. La maggior parte degli spostamenti comunque diciamo che è stata fatta tramite bus. Russia, Mongolia, Cina e India le ho fatte molto in treno. Gli oceani invece li ho attraversati sulle navi cargo”.

Lo zaino sarà stata la tua casa in questi quasi settecento giorni di viaggio

“Il mio zaino pesa circa 16 chili. Ho poche cose ma di qualità. Mi riferisco a indumenti tecnici che si lavano e asciugano in pochissimo tempo, pesano e occupano pochissimo spazio. Sono versatili. Ho quasi un cambio per ogni capo salvo per le cose un po’ particolari. Ho anche una piccola tenda monoposto e sacco a pelo, per campeggiare qualora avessi possibilità (in Australia l’ho usata tantissimo). Un buon 25% invece è dedicato all’attrezzatura tecnologica: quindi pc, fotocamere, batterie, cavi e tutti gli attrezzi per questo genere di cose. Ho anche un kit di emergenza che mi permette di medicarmi in caso di ferite”.

Realizzare un sogno è stato senza dubbio pericoloso e difficile: entrare con un visto in mano in alcuni Paesi è arduo, entrare come fai tu ancor di più.

“Gli intoppi burocratici alle frontiere ci sono stati e sono una delle cose più snervanti in assoluto. In Asia per ottenere dei visti d’ingresso ho dovuto fare salti mortali, dedicare giorni alla preparazione dei fogli da compilare senza un minimo margine d’errore altrimenti la richiesta veniva respinta. Tra i più difficili di tutti senza dubbio quello cinese, per la Russia e per il Myanmar visto che venivo dall’India e ho dovuto fare permessi speciali per superare quel confine sperduto. Tutto cambia in meglio se il viaggio viene fatto per via aerea”.

Siamo a 705 giorni, ti sei posto un obiettivo?

“Il viaggio una data di scadenza non ce l’ha. Per come viaggio io, il budget mi consente di restare in giro per circa 1200/1250 giorni. Ma magari se sarò più bravo riuscirò a potermi permettere qualcosa di più. Il giro del mondo finirà esattamente dal punto in cui è iniziato, cioè dal mio paese Osio Sotto. In base al tempo in Africa deciderò se concludere questo viaggio facendo ciò che ho fatto appena partito, ossia il Cammino di Santiago de Compostela. Oppure concludere scoprendo l’Est Europa, una zona che ho visto davvero poco”.

Non voglio interrompere il tuo sogno, ma cosa ti aspetta quando tornerai in Italia, a Osio Sotto?

“Avendo ancora così tanti giorni di viaggio davanti a me ti confesso che non ho ancora pensato in maniera seria a cosa farò una volta conclusa questa esperienza. C’è una voglia forte di scoprire in maniera ancora più approfondita l’Italia. Il nostro Paese ho avuto già la fortuna di visitarlo bene, ma confesso che vorrei poterlo girare ancora. Magari più lentamente e con la sola forza delle mie gambe.

Riguardo al lavoro penso che una volta che terminerò il budget proverò a fare esperienze lavorative all’estero alternando fasi di viaggio e fasi di lavoro”.
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