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A Belgrado dove mi trovavo fino a ieri per la di giornalismo scientifico dei balcani organizzata dall (in compagnia della mia vicina di blog Claudia Di Giorgio) l pubblicata da Science (qui la sintesi di Repubblica) sugli studi scientifici del tutto inventati che escono su riviste facenti parte del circuito open access, è ovviamente la notizia del giorno. I colleghi presenti, in particolare quelli provenienti dai paesi anglosassoni e dalla Germania, hanno guadagnato con i loro articoli su questa storia la prima pagina dei loro quotidiani (il che non è frequente per un giornalista scientifico persino a quelle latitudini).

Invece in Italia l è stato rapidamente liquidato come una questione per addetti ai lavori, oppure come l dimostrazione che del marcio (siamo o non siamo un popolo di complottisti?). A me pare importante spiegare a tutti come funziona oggi la produzione scientifica e quindi tutto ciò che ne consegue: possibili applicazioni delle scoperte ma anche valutazioni della qualità di uno scienziato e, infine, l sistema di fiducia che dovrebbe essere garantito alla scienza e di cui abbiamo già parlato il questo blog.

Quando un ricercatore scopre qualcosa, lo rende pubblico all della comunità scientifica (e non solo, perché alcune scoperte arrivano sui giornali grazie al lavoro dei giornalisti). Per fare questo scrive un articolo e lo manda alle riviste di settore. Esiste una classifica delle riviste sulla base della loro importanza per la comunità scientifica di riferimento: quindi più interessante e innovativa è la scoperta, maggiori sono le possibilità che venga pubblicata su una rivista importante.

Prima di accettare uno studio, la rivista sottopone la bozza a due o tre esperti dello stesso settore che, in modo del tutto gratuito e anonimo, dovrebbero fare le pulci alla pubblicazione, verifi l e infine decidere se è accettabile o meno. Passate le forche caudine di questo processo chiamato peer review, o revisione tra pari, lo studio viene pubblicato.

Chi lo ? Tutti coloro che sono abbonati, per lo più attraverso la loro università, alla rivista scientifica in questione.

Le riviste sono di proprietà di grandi gruppi editoriali, come Science stesso. Il modello di business si basa sugli abbonamenti: lo scienziato non paga, il revisore non viene pagato, l mantiene la struttura editoriale e distribuisce le riviste grazie ai soldi degli abbonati.

Ma col tempo, e soprattutto con il proliferare del numero di riviste scientifiche, è diventato quasi impossibile per le università e le biblioteche mantenere attivi gli abbonamenti, che sono davvero dispendiosi.

Non solo: l a pagamento alle conoscenze scientifiche è considerato da molti alla stessa stregua del divide ovvero qualcosa che permetterà ai ricchi di diventare sempre più ricchi (perché l è ricchezza) e ai poveri di diventare sempre più poveri (perché l è povertà). nato così il modello dell access: riviste scientifiche digitali, disponibili gratuitamente sul web, che garantiscono lo stesso processo di revisione e di selezione di ciò che è ben fatto nella scienza. Chi paga? In questo caso è lo scienziato, che ha interesse a pubblicare perché da questo dipende la sua carriera, ma che dall access ottiene anche un secondo vantaggio: essendo gratuite, queste riviste stanno diventando sempre più importanti nella delle riviste influenti, dato che tutti possono rne il contenuto e, se lavorano nello stesso campo, citarle in bibliografia (il che ne fa aumentare l nel ranking delle riviste scientifiche di pregio).

Vediamo ora che cosa ha fatto esattamente John Bohannon. Il giornalista di Science ha mandato a oltre 300 riviste open access un articolo inventato, contenente anche diversi errori marchiani, ottenendo ben 157 approvazioni. Ha anche seguito il destino dei soldi versati, scoprendo che spesso finiscono in Paesi come la Nigeria o il Pakistan, anche se la rivista si chiama Journal of Quindi se ne deduce che il meccanismo di controllo e di filtro, la revisione tra pari, non funziona più tanto bene, almeno nel modello open access, in cui la rivista ha ovviamente interesse ad accettare il lavoro perché viene pagata dall cose, come sa chi fa scienza, non sono così semplici: una rivista open access che pubblica fuffa non salirà mai in graduatoria, quindi quelle che riempiono il loro di lavori scadenti finiranno col dopo aver ragranellato un po di denaro. Il punto, però,
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è che le riviste con abbonamento non sono affatto esenti da errori e da valutazioni sommarie, come dimostra un collega giornalista, Ivan Oransky, che da alcuni anni pubblica un interessante blog dal titolo Retraction Watch in cui dà conto di tutti i lavori scientifici ritirati dopo la pubblicazione per via di magagne di diverso genere (comprese, seppure in netta minoranza, le frodi scientifiche o gli studi con disegni sperimentali sbagliati a priori).

Dal punto di vista sociale, la questione è un negli ultimi 50 anni la quantità di informazioni che vengono dalla ricerca scientifica è aumentata in modo esponenziale fino a diventare sinceramente ingovernabile. Persino un superesperto non riesce più a seguire tutto ciò che si pubblica nel proprio ambito. Si potrebbe dire: fantastico, vuol dire che stiamo procedendo nella conoscenza! Non è esattamente così: esistono molte ricerche che sono ripetizioni di altre già pubblicate (il che è importante come conferma, ma quando diventa troppo frequente è lavoro inutile), altre di scarso interesse o ricaduta e così via. C insomma, un gran rumore di fondo, dal quale è sempre più difficile far emergere il dato significativo. Come ho detto prima, finché gli scienziati verranno valutati solo sulla base di ciò che pubblicano (e, sinceramente, finora nessuno ha trovato un metodo più efficace benché se ne discuta da tempo), tutti saranno spinti a scrivere più lavori possibili, un fenomeno che gli americani hanno chiamato or perish ovvero o muori e che determina la vita di chiunque abbia ambizioni accademiche.

Per tornare a Bohannon, ha fatto benissimo a fare la sua inchiesta, anche se meglio avrebbe fatto a sottoporre allo stesso test anche le riviste su abbonamento: sparare contro il modello open acces, che comunque è più dell non serve, dal momento che abbiamo sempre meno soldi da investire nelle nostre biblioteche. Il rischio è che gli scienziati finiscano col pubblicare un sacco di lavori che nessuno . evidente, però, che la comunità scientifica deve interrogarsi sul proprio modo di fare scienza e che, come hanno detto i vari esperti riuniti a Belgrado, il ruolo di da guardia della stampa specializzata (che può mettere in luce i migliori e additare i peggiori, come sta cercando di fare negli ultimi anni) sta diventando sempre più importante.

Tag: Bohannon, ricerca, riviste scientifiche

Scritto in Bufale, , Politica, Scienza, progetti di ricerca 27 Commenti

Giampiero Barbieri 7 ottobre 2013 alle 13:34

per il sito in oggetto, che si pone mediamente al livello di un diplomato vivace, è stato necessario accedere a molto materiale scientifico una trentina di euro per un articolo di poche pagine di cui non sei certo che sarà davvero utile ai tuoi scopi è davvero insostenibile per la divulgazione no profit in questo senso access è il benvenuto e la tara sulla affidabilità del contenuto la faccio in prima persona, dove sono in grado ricercatore non dovrebbe essere schiavo del pubblicare, ma non saprei neanche pensare ad una soluzione su questo aspetto qualcosa non va, più che regole ci vorrebbero ricercatori deontologicamente seri utopia

Alessio 7 ottobre 2013 alle 15:50

Grazie Daniela per questa delucidazione a cui farò riferimento, al bar ho già sentito qualcuno posso pubblicare anche io basta che pago tutti che non è così però l access è una gran cosa. Quanti sbattimenti per avere articoli datati e introvabili perchè dietro a riviste ad abbonamento (anche parziale).

L access è una bella cosa, a parte i costi, ma i $$$ purtroppo da qualche parte devono arrivare. Ma volevo chiederle: di solito vado su PUBMED (o PMC per gli articoli) così posso re qualcosa senza dissanguarmi. Come si collocano queste iniziative pubbliche? Aiutano o danneggiano l scientifica?

Certo che provando a fare qualche ricerca su PMC viene a volte da chiedersi quanti di quegli articoli abbiano un senso e utilità solo per gli estensori o gli editori.

Mi sa che per noi poveri profani curiosi c solo da sperare in GOOGLE.

zoomx 8 ottobre 2013 alle 10:08

Da un po di tempo si sta diffondendo il principio secondo cui i risultati e le pubblicazioni di ricerche effettuate con fondi pubblici devono essere pubbliche.

In Italia ci dovrebbe essere una apposta, approvata quest che sancisce questo principio. Bisognerà vedere se sarà applicata.

Per ovviare al problema della proprietà del lavoro sembra che l rimanga proprietario del manoscritto non editato (la bozza già rivista dai revisori) mentre quello editato e pubblicato, che contiene le stesse cose ma è editato nel formato rivista (ad esempio è incolonnato su 2 colonne) è di proprietà dell

Poi c Arxiv (per Matematica e Fisica) ma non ha un sistema peer review come quello delle riviste, sebbene ci siano bozze di articoli importanti.

Ricordo poi che dopo la pubblicazione è sempre possibile che un articolo venga smentito o sbugiardato successivamente o che vengano trovati errori sfuggiti ai revisori.
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