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MIRADORI, Luigi, detto il Genovesino. Le scarse notizie sulle origini del M. non consentono di stabilire con esattezza la data e il luogo della sua nascita. plausibile che sia nato nel primo decennio del Seicento a . L del luogo si pu basare sul fatto che lo stesso M. era solito firmare i suoi quadri aggiungendo al nome l Risulta invece impossibile, allo stato attuale delle conoscenze, definire la sua educazione pittorica e stabilire una relazione sicura con una delle botteghe attive a in quello scorcio di secolo.

La prima notizia d risale al 1627, anno in cui il M. spos a Gerolama Venerosi, da cui ebbe una figlia di nome Caterina, morta prematuramente (Bellingeri, 2009, p. 11). Nel 1630 il nome del M. ricorre tra i cittadini tassati per le opere di fortificazione della citt dall somma della sua quota, 12 lire, si deduce che egli non aveva ancora un affermata (Alfonso). In effetti, sono solo due le opere che si possono legare al periodo genovese: il S. Sebastiano curato da s. Irene del convento cappuccino della Ss. Annunziata di Portoria e la Suonatrice di liuto di palazzo Rosso a , che in realt una variante sul tema della Vanitas.

Entrambe le opere, ancora acerbe nell chiaroscurale e nel disegno, sono interessanti per valutare le matrici culturali della sua formazione: sono infatti evidenti i debiti verso la cultura caravaggesca, introdot a da Orazio Gentileschi e Simon Vouet, e le suggestioni di artisti locali, in particolare di Giovanni Andrea De Ferrari e Bernardo Strozzi.

Nel settembre del 1632 nacque a Piacenza citt in cui il M. doveva essersi trasferito poco prima (Fiori, 1970) il secondogenito Giacomo, destinato a seguire il padre nell della pittura.

I motivi che spinsero il giovane M. a lasciare sono ancora poco chiari: forse si mosse insieme con i tanti genovesi che arrivarono in Lombardia nel 1631 dopo la cessazione della peste; oppure, segu il consiglio del mercante e letterato Bernardo Morando, che fu chiamato a guidare la filiale piacentina della ditta di famiglia e che avrebbe commissionato al M. due dipinti, oggi irreperibili: un Miracolo di s. Nicola per la chiesa di S. Nicol dei Cattanei e una pala per l di S. Franca a Pittolo (Bellingeri, 2007, p. 15).

Negli anni successivi il M. ebbe altri due figli, morti pochi giorni dopo la nascita: nel 1634 Angela Nicoletta e nel 1635 Giovanni Battista. Sempre nel 1635 il M. dovette perdere anche la moglie Gerolama, perch in settembre spos in seconde nozze Anna Maria Ferrari, figlia di un genovese (ibid., p. 67). Non rimangono sue opere documentate eseguite a Piacenza.

Solo per suggestioni stilistiche si possono datare a quegli anni due tele della Galleria nazionale di Parma, la prima raffigurante una scena di sacrificio, forse Aronne che ferma la peste, la seconda l dei magi; quest tuttavia, di collocazione cronologica tutt che sicura per la maniera pittorica preziosa e compatta che si distacca da quella pi corsiva dell degna di nota, nell la ripresa della composizione da un di Hendrick Goltzius: il ricorso alle stampe sar una costante del processo creativo del Miradori. In ogni modo il periodo piacentino fu davvero infelice per il susseguirsi delle disgrazie familiari, e poco fortunato sotto il profilo professionale, tanto che intorno al 1635 il M. si spinse a rivolgere una supplica alla duchessa di Parma e Piacenza, Margherita de Medici, per chiederle il permesso di lasciare i territori farnesiani a causa della mancanza di commissioni (Bellingeri, 2004, p. 12).

Subito dopo il M. si trasfer a Cremona, dove i documenti lo attestano residente fin dal gennaio del 1637, quando fu battezzata la figlia Felice Antonia, che fu pure pittrice (ibid., p. 41).

Sulla scelta di Cremona pu aver avuto un ruolo decisivo ancora una volta Bernardo Morando, che intratteneva contatti e interessi commerciali con questa citt

Eppure Cremona viveva in quegli anni un momento molto difficile: la peste e la crisi economica avevano falcidiato la popolazione; le campagne erano incolte, perch attraversate da truppe in guerra spagnole, francesi e sabaude. Trotti (detto il Molosso) e di A. Mainardi (detto il Chiaveghino), come Stefano Lambri e Giovan Battista Tortiroli, si distingueva il solo Pietro Martire Neri, allievo a Mantova di D. Fetti e amico di D. Vel

Per altri versi, fu proprio la mancanza di una reale concorrenza in Cremona a permettere al M. di trovare l il suo ubi consistam. Il 5 maggio 1639 il M. fece battezzare la figlia Elisabetta. Nel mese di dicembre acquist la casa dove avrebbe preso stabile residenza, situata nella contrada di S. Clemente in Gonzaga (ibid., p. 41). La sua prima opera documentata a Cremona una pala, perduta, raffigurante l dei magi, commissionata poco prima del 1639 dall Melchiorre Aimi per l dei magi nella chiesa carmelitana di S. Bartolomeo (Bellingeri, 2007, p. 16). invece ancora ben visibile la Sacra Famiglia del Museo civico di Piacenza (in deposito presso l Gazzola), firmata e datata 1639.

La tela opera di un artista ormai formato: ricordi manieristi, soprattutto nella figura della Vergine, si combinano con insistenze grafiche derivate dalle incisioni nordiche, mentre i conigli in primo piano mostrano il suo interesse per la pittura di genere.

Nel 1640 il M. dipinse una grande tela per la parrocchiale dei Ss. Filippo e Giacomo di Castelleone, la Madonna del Carmine con i ss. Maria Maddalena, Margherita, Filippo e Giacomo.

L in basso riporta la data, il nome dell e quello della committente, Margherita Clerici, vedova di Giovan Battista Bossi, che era stato segretario del magistrato straordinario di Milano.

Nel 1641 nacque un altro figlio, Angelo Maria, e altri figli videro la luce negli anni seguenti: Francesco Antonio nel 1642, Anna Maria Maddalena nel 1643, Maddalena Rosanna nel 1646, Angela Caterina nel 1649, tutti battezzati nella stessa chiesa. Nel marzo del 1642 il M. riscosse il residuo della dote della prima e della seconda moglie, per un totale di 400 ducati d In novembre diede procura alla sorella Agnese, residente a , per la riscossione di prestiti ereditati da una zia, Anna Miradori, procura rinnovata nell dell successivo (Bellingeri, 2004, pp. 41 s.).

Frattanto il M. lavorava per gli olivetani di S. Lorenzo, dipingendo nel 1642 la Nascita della Vergine, firmata, e la Decollazione di s. Paolo, firmata e datata, entrambe nel Museo civico di Cremona.

Nella Decollazione, come recita onestamente la scritta centensis inventione adulterata il M. si rifatto a una stampa del perduto Martirio di s. Barbieri), un tempo nella chiesa di S. Prospero a Reggio Emilia. Del 1642 sono anche due piccole tele del Museo del seminario vescovile di Cremona, raffiguranti la Nascita e la Morte di s. Carlo Borromeo, provenienti dalla chiesa dei Ss. Donnino e Carlo. Fa qui la sua prima comparsa una delle caratteristiche pi importanti della maniera del M.: la vena popolare, l delle atmosfere, l di retorica. Vicina a queste tele la curiosa tavoletta del Museo civico cremonese che rappresenta a monocromo un Satiro che munge una capra, gi appartenuta al conte Giambattista Biffi, uno dei primi biografi del Miradori. Sempre ai primi anni quaranta si pu datare la tela di Bucarest (Museo nazionale d l custode che indica al devoto la Trinit e le anime del purgatorio. Il rosso acceso della veste del devoto, il bianco spumoso della tunica e delle ali dell il suo viso paffutello, i bagliori infernali dello sfondo sono omaggi allo Strozzi e al suo stile giovanile, ma la sapienza del tocco e lo studio della composizione indicano una personalit pi matura; il soggetto, inoltre, fa riferimento alla Confraternita della Trinit che aveva sede nella chiesa di S. Gregorio a Cremona e il cui abito scarlatto con cappuccio era simile a quello indossato dal devoto.

Nel 1643 realizz una coppia di tele per il piacentino Pietro Mario Rosa, raffiguranti il Martirio di s. Lorenzo e la Strage degli innocenti (collezione privata), quest ispirata alla celebre incisione di Marcantonio Raimondi su disegno di Raffaello.

Dello stesso anno la Circoncisione gi Bizzi (collezione privata), dove spicca l scenario architettonico: un che sembra quasi veronesiana, ma che piuttosto rimanda ai maestri prospettici della scuola ligure, come Andrea Ansaldo (Gregori, 1990, pp. 61, 293), e che divenne una cifra usuale del suo modo di fare gli sfondi. Vicini stilisticamente alla Circoncisione sono il Martirio di s. Giovanni Damasceno (collezione privata) e la Presentazione della Vergine al tempio nella chiesa dei Ss. Marcellino e Pietro a Cremona.

Nel 1644 il M. fu pagato da Pietro Martire Ponzone haver fatto dipingere la loggia di sopra nel suo palazzo cremonese a S. Bartolomeo (Toninelli, 1997).

questa l notizia di dipinti murali del M., non pi esistenti. Allo stesso modo rimangono scarsissime le tracce della sua attivit grafica e dei suoi autoritratti, che pure sono ricordati dalle fonti settecentesche (Arisi, c. 157; Biffi, p. 264).

Il Miracolo del beato Bernardo Tolomei, dipinto per gli olivetani di S. Lorenzo a Cremona e ora nella parrocchiale di S. Siro a Soresina, non dovrebbe datarsi oltre la met del quinto decennio, facendo riferimento alla beatificazione di Bernardo avvenuta nel 1644.

qui efficace il contrasto tra le figure rossastre del primo piano, quasi caravaggesche nello sforzo del lavoro, e i tre olivetani bianchi in secondo piano: tra questi si distingue per intensit espressiva il giovane monaco a sinistra, la cui fisionomia torna identica nel Ritratto di monaco olivetano della famiglia Pueroni (collezione privata), gi ritenuto capolavoro di Francisco de Zurbar C dunque qui, e nelle altre opere cremonesi, un netto avvicinamento del M. al naturalismo spagnolo che si pu spiegare con la conoscenza diretta dei modelli iberici; i documenti e le antiche fonti attestano il rapporto del pittore con il governatore e castellano di Cremona, don de Qui che si era insediato in citt nel 1644 e che possedeva una quadreria ricca di opere dei grandi maestri spagnoli (Bellingeri, 2007, pp. 19 21).

Quando, nel 1644, un incendio devast la cappella dedicata a S. Rocco all della cattedrale cremonese, la confraternita chiese al M. di eseguire la decorazione pittorica della nuova ancona di legno e stucco, che fu ultimata nel 1646.

Il M. realizz cos nove tele dedicate alla Vita di s. Rocco, inserite nella cornice che circonda la statua lignea cinquecentesca del santo, rimasta intatta. Sono deliziosi quadretti di raffinata fattura, con i toni scuri prevalenti sulla preparazione rossa bruna, accesi da tocchi superficiali di bianco e di rosso, come nella Processione di s. Rocco o in S. Rocco che risana gli appestati, entrambi inquadrati in ampi fondali architettonici, o nel curioso S. Rocco che benedice gli animali, dove tra cammelli, struzzi e leoni compare anche un improbabile unicorno.

In quegli anni il M. fu attivo sia a Cremona sia nel circondario lombardo.

Al 1645 sono databili le tavolette con i Quattro evangelisti del Museo civico di Cremona; al 1646 la Madonna con il Bambino e s. Giuseppe tra i ss. Apollonia, Carlo, Rocco e Sebastiano della parrocchiale di Castello Cabiaglio, in provincia di Varese, in cui si affaccia il tema della peste con l di un realistico lazzaretto, e il S. Gerolamo nello studio di S. Martino a Treviglio, dipinto, secondo l per il cavaliere Giacomo Serra, oratore del Comune presso la Camera cesarea a Milano, per il quale il M. trasse ispirazione da due acqueforti del Ribera. Sempre nel 1646 il M. ritrasse Sigismondo Ponzone all di quattro anni (Cremona, Museo civico). Commissionata dal padre, il conte Nicol che avrebbe poi chiesto a Gabriele Zocchi il ritratto degli altri suoi tre figli, l smaccatamente alla Vel immerso in una luce soffusa, il bambino dalla chioma bionda e le guance morbide indossa una blusa rosa antico, che spicca sui pantaloni rossi e le calze dai risvolti dorati; con la mano destra tiene per il collare un grosso cane, con la sinistra mostra un foglio su cui si legge la scritta: che nel formarmi avesti parte prendimi hor riformato ancor dall testimonianza dell costante e arguto che il M. sapeva fare delle parole a chiosa delle immagini. La raffinatezza cromatica, i toni perfettamente calibrati, la naturalezza dell rendono merito alle capacit ritrattistiche del Miradori. Purtroppo sono pochi gli esempi certi: oltre a questo ritratto e al gi ricordato Monaco Pueroni, si conoscono il Ritratto di bambino gi Cook (collezione privata) e il Ritratto di gentiluomo del Museo di Palazzo d a Mantova, dove il protagonista, a figura intera, il volto terreo e smorto, veste uno sfarzoso abito da parata che contrasta con lo sfondo in rovina. Per lo stesso collezionismo privato che richiedeva i ritratti, il M. dipinse piccoli quadri con i soggetti pi diversi: temi devozionali come il S. Bonaventura nello studio, un olio su rame della collezione Koelliker di Milano si alternano a scene di genere, storie antiche e mitologiche ad allegorie, ma non mancano copie di opere cinquecentesche, come i Mangiatori di ricotta da Vincenzo Campi (collezione privata). Tra questi temi si distingue quello antisemita della Madre ebrea personaggio tratto dalla vita di s. Giacomo minore della Leggenda aurea, nella quale si racconta di una madre che avrebbe arrostito e mangiato il figlioletto durante l di Tito a Gerusalemme riconosciuto in due tele in collezioni private di Parma e D Notevole fortuna ebbe anche la sua interpretazione del tema della Vanitas con cupidi addormentati accanto ai simboli del tempo che scorre e della morte che incombe, come nel quadretto del Museo civico di Cremona, la cui diffusione testimoniata da repliche e stampe (Tanzi, 2001).

Al 1647 risale una delle commissioni pi importanti della carriera artistica del M.: la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, ora nel palazzo comunale di Cremona, originariamente collocata nel presbiterio della chiesa di S. Francesco, pendant del Miracolo della manna che stava dipingendo Giacomo Ferrari (1649).

Questa grande tela (477 x 764 cm) fu commissionata dal francescano Vincenzo Balconi, come ricorda l leggibile sulla targa appesa all di sinistra. Lo scopo era quello di esaltare la virt della carit e la pratica dell valori basilari della spiritualit minorita e cardini della riforma di s. Carlo Borromeo. Il miracolo ambientato all tra quinte di alberi e rocce che aprono lo spazio verso la marina dello sfondo; in primo piano a sinistra il Cristo imberbe benedice il piatto dei pani, sorretto da un fedele vestito di abiti seicenteschi; tutt c la folla degli astanti, gremita di volti plebei, dipinti con toni vivaci, scanzonati e quasi umoristici, che sembrano resuscitare l reietta dei bamboccianti; da questi poveri si differenzia, al centro, una figura classicheggiante di donna con il seno scoperto e con un bambino in braccio, la cui presenza ribadisce il concetto evangelico della carit per pi interessante il gruppo di destra, con in alto i ritratti del committente Balconi e di un ufficiale spagnolo, che potrebbe essere il governatore de Qui (per altri invece un autoritratto del M.), e in basso il gruppo splendido e umanissimo della giovane mamma con un bambino disteso sul grembo, quasi una Madonna laica e popolana. Nonostante le citazioni di precedenti illustri l di Bernardino Gatti per il refettorio del convento cremonese di S. Pietro al Po e la tela di Domenico Fetti per il refettorio del convento mantovano di S. Orsola la tela del M. si distingue per l compositiva, per la materia pittorica densa e vibrante, ancora debitrice dello Strozzi, e soprattutto per la profonda partecipazione al tema pauperistico. Per questo stesso committente e, verosimilmente, nello stesso giro di anni, il M. dipinse due tele di tema eucaristico, entrambe destinante al coro di S. Francesco: l Cena (Cremona, palazzo Comunale) e il Miracolo della mula di s. Antonio da Padova (Soresina, S. Maria del Cingaro). La prima, ambientata in una sala con bel soffitto cassettonato, deve molto alla tradizione dei cenacoli lombardi: a Leonardo per la variegata casistica di gesti, espressioni e atteggiamenti degli apostoli, a Daniele Crespi per l verticale, ristretta e un po claustrofobica. Il 24 marzo del 1647 il conte Nicol Ponzone torn a pagare il M. per una tela raffigurante S. Eusebio, gi nella sede dell degli Animosi, perduta (Bellingeri, 2004, pp. 24, 42).
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