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“Giuseppe Losavio (Schio) chiede chiarimenti sulla resa grafica delle forme verbali flesse di averci e sul significato di attualizzante attribuito dai linguisti a queste forme.

La trascrizione delle forme flesse di averci non uniforme. Le variet grafiche in uso risultano almeno cinque. La soluzione c c c c (nonch c o c c c e le altre voci del verbo inizianti con a ) predomina tradizionalmente nel registro linguistico basso ma, nota il lettore Losavio, oggi si legge persino testi di narrativa e sulle didascalie televisive La soluzione ci ho, ci hai, ci ha e seguenti risulta preferita da studiosi e cultori dell nelle trascrizioni del parlato e nelle trattazioni linguistiche. Invece la soluzione c(i) ho, c(i) hai, c(i) ha e cos via d ristretto e d elevato; altrettanto si pu dire del tipo cj ho, cj hai, cj ha, cj abbiamo e cos via. Non va trascurata infine la soluzione ci ci ci e cos via, che oggi appare relegata nel livello basso della scrittura.

Ora, nessuna di queste soluzioni appare del tutto soddisfacente; e il tipo ci ci ci appare anzi sguaiatamente “dialettale”, oltre che equivoco, per lo meno nella forma ci Alla grafia tipo c va rimproverata l resa grafica della pronuncia palatale di c seguita da h oppure a, mediante l all di un funzione diacritica. Il limite del tipo ci ho prodotto dal fatto che la conservazione della lettera i induce a pronunciare una vocale che, lamenta giustamente il lettore Losavio, si ritrova nel parlato Invece la grafia tipo c(i) ho, che ricorre in circuiti culturali elevati, trascrive correttamente il parlato, ma appare difficilmente praticabile nell comune, in quanto gravata dalla parentesi, che artificio alquanto ingombrante, oltre che insolito. Resta la soluzione tipo cj ho: l della lettera j con funzione diacritica s anomalo, ma ha i pregi di non ingenerare equivoci e di non apparire ingombrante oltre misura. La sua adozione recente e finora limitata alle trascrizioni e ai saggi dei linguisti (per destinati anche a non specialisti: esempi come ha la robba? si leggono gi in M. Trifone, Aspetti linguistici della marginalit nella periferia romana, Perugia, Guerra, 1993, p. 73). Tale soluzione tuttavia non certo ideale, specialmente nell comune, ma preferibile a ogni altra.

Quanto al significato di attualizzante, che i linguisti attribuiscono al ci che si accompagna ad avere non ausiliare (esempi: cj ho caldo, cj ho fretta, cj ho piacere,
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cj ho da fare) va rilevato che quel ci un avverbio di luogo sostanzialmente desemantizzato, cio quasi svuotato dell significato locativo, ma che combinandosi con avere valorizza una risorsa peculiare: quella di estendere alla voce verbale un del senso e del suono, in modo da mettere il costrutto cj ho in consonanza emotiva con la situazione comunicativa del momento: cj ho fame insomma equivale a a me, in questa circostanza ho fame (avviene un moto in avanti e un ingrandimento che richiamano, per analogia, l cinematografico e televisivo dello zoom). Orbene, questo “avvicinamento” all gi negli anni Sessanta fu detto dai linguisti (si pensi al francese Andr Martinet) attualizzare, da cui appunto “ci attualizzante”: denominazione specifica introdotta nella linguistica italiana da Francesco Sabatini (L dell medio”. Una realt tra le variet linguistiche italiane, in Holtus G. e Radtke E., a cura di, Gesprochenes und Gegenwart, T 1985, al punto 16), il quale inquadra il fenomeno attraverso le sue variazioni regionali del ci dell centrale (dal veneto ghe, da cui g ho al calabrese ndi, da cui nd e richiama anche il caso parallelo del ci con il verbo essere.

Sull del costrutto cj ho il lettore Losavio segnala con disappunto la sua crescente diffusione non soltanto nel parlato informale ma anche in bocca a di cultura Ora, doveroso precisare che la sua storia plurisecolare. Esempi del ci desemantizzato, anche nella forma ce seguita da altra particella atona, si trovano in testi toscani fin dalla prima met del Cinquecento: che faccenda ci ho io adesso, che tu vuoi che io venga a casa tua? (A. Firenzuola); e via via in autori anche non toscani, come Goldoni, prima di giungere ai moderni, Verga, Pavese e altri, come ha mostrato con ampia documentazione Paolo D (nel vol. Sintassi del parlato e tradizione scritta dell Bonacci,1990). Il fenomeno ha dunque radici profonde in tutto il sistema dei dialetti italiani, dai quali passato, nella forma toscana e centrale, al parlato italiano di tipo familiare e di qui alla scrittura, prevalentemente narrativa. giusto riconoscere che, come osserva il lettore Losavio, la presenza intensa e stabile di averci parlato e scritto nella lingua italiana di oggi una tramandataci dai film del neorealismo italiano degli anni Cinquanta in cui quasi sempre si parlava in un misto di romanesco e di toscano Va precisato che gli esempi inaugurali del cinema italiano risalgono al primo capolavoro del neorealismo, Roma citt aperta di Roberto Rossellini (1945): hai ragione, entra prima te l ancora il dolore? e cos via.”
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